4 Aprile 2008

Curiosità e Leggende

Scritto da Paolo nella categoria: Camino de Santiago/Curiosarte . |

Molinaseca, con il santuario della Madonna delle Angosce all’ingresso, dalle cui porte i fedeli e i mietitori galiziani tagliavano una scheggia (abitudine prolungata dai pellegrini) all’andata, e, al ritorno, gettavano attraverso la grata le roncole con le quali avevano lavorato. Dopo aver attraversato il ponte, si entra in un lunga e blasonata via Real, per la cui pulizia esiste una piccola presa che travasa l’acqua pulita del fiume Miruelos, in questa zona lastricata. Questo sistema medievale, che esistette anche a Puente la Reina della Navarra, continua ad essere utilizzato a Molinaseca il 15 agosto, l’ultima delle sue feste patronali. La chiesa parrocchiale è dedicata a San Nicola.

Ponferrada non ha più il ponte di granito rinforzato mediante barre di ferro fatto costruire dal vescovo Osmundo e dette il nome (Pons – ferrata) alla città. La bagna il fiume Sil (“il Miño porta la fama ed il Sil l’acqua”) e la protegge il maestoso castello templare. Questi, costruito nel 1178, è di un’armonica bellezza che sorprende in modo piacevole il visitatore e possiede una serie di caratteristiche che hanno attirato l’attenzione degli studiosi del Tempio e che cominciano per le sue dimensioni, smisurate per un piccolo villaggio, inoltre molto lontano dai fronti di guerra. In lui concorrono vari dei Segni di Riconoscimento che appaiono nei luoghi che hanno un importante deposito spirituale. Così, la tripla muraglia (ricordo del tre voti dei cavalieri), la Rosa degli iniziati sulla porta d’entrata, il Bafomet, e il Tau. Inoltre, le dodici torri dell’antica fortezza imitano la forma schematica dalle dodici costellazioni o simboli zodiacali: fatto del quale, a base di complicate operazioni astronomiche – cabalistiche, l’erudito Luis San Juan ottiene la seguente frase, scritta, secondo lui, sulla struttura dell’edificio come messaggio agli iniziati: “Nel tassello che c’è nella g della città cava, si esce all’entrata del grande segreto”.

Carlo Magno,Roncesvalles e Roldan. Il 15 agosto dell’anno 778, la retroguardia dell’esercito carolingio – di ritorno da una spedizione a Saragozza e dopo aver smantellato le mura di Pamplona – viene attaccata e sconfitta dai vasconi nelle gole di Roncesvalles. Questo avvenimento (la prima sconfitta del grande Carlo Magno) commuove la nazione francese. Poi distorta, mitizzata e trasformata in epopea epica dalla Chançon di Roland, quella sconfitta è diventata la leggenda più popolare dell’Occidente. Qui la trova riassunta: Carlo Magno, che attende la sottomissione di Saragozza, riceve gli emissari del re della città, Marsil, con offerte di pace e, in risposta, inviò Ganelón, patrigno di Roldán. Questo si allea con Marsil e pianifica un tradimento contro Carlo Magno per vendicarsi del suo figliastro Roldán, al quale odia.
Al ritorno da Canelón, viene deciso che la truppa cristiana ritorni in Francia. Carlo Magno consegna a Roldán lo stendardo che lo accredita come capo della retroguardia. Quando questa attraversa Roncesvalles, i mori attaccano di sorpresa e l’arcivescovo Turpín benedice il suo esercito: “Se morirete, sarete santi martiri e troverete posto in paradiso”.
La battaglia è sfavorevole alle truppe francesi: alla fine, resistono solo l’arcivescovo Turpín, il valoroso Roldán e i prudenti Oliveros (o, in altre versioni, Gualter dell’Hum). Allora Roldán decide di suonare il suo olifante chiedendo aiuto. Troppo tardi, Carlo Magno, che è lontano, comprende il messaggio di quella chiamata. Il traditore Ganelón gli tranquillizza e tratta di dissuadergli di tornare. I mori uccidono Oliveros e Turpín. Roldán, sentendo molto vicina l’ora della morte, tenta di spezzare la sua spada Durandart (che possiede, tra le altre reliquie, un dente di San Pietro incassato sull’impugnatura) contro una roccia, ma è la roccia quella che si fende. Quando alla fine muore, con il capo rovesciato verso la Spagna, Dio trasporta la sua anima al cielo. Carlo Magno torna ed insegue l’esercito nemico fino ad annientarlo (Dio lo aiuta fermando il sole per allungare la durata della giornata). Poi, per vendetta, sconfigge in una singolare battaglia l’emiro di Babilonia, Baligan, dinanzi alle porte di Saragozza. Marsil, ferito, muore anch’esso. Saragozza si arrende e la moglie di Marsil, la regina Bramimonda, si trasferisce in Francia, dove viene battezzata con il nome di Giuliana.

Villamayor de Monjardin Quando Carlo Magno, nella sua avanzata verso il sud attraverso il Cammino di Santiago, arrivò in prossimità del monte Garzini (Monjardín), seppe che un capo navarrese – Furro o Furré – voleva intraprendere una battaglia contro di lui.
Prima di entrare in combattimento, Carlo Magno chiese a Dio un segnale che annunciasse quali dei suoi soldati periranno in battaglia e, alla sua richiesta, il cielo rispose dipingendo di rosso una croce sulle armi di centocinquanta dei guerrieri francesi. Compassionevole com’era il francese, li appartò dalla lizza lasciandoli nascosti nel padiglione reale. Sconfitti e morti, naturalmente, Furro e i suoi tremila navarresi, la truppa carolingia ritornò nell’accampamento, trovando i cadaveri dei centocinquanta soldati. 

Santo Domingo de la Calzada, dove cantò la gallina asada (arrostita).
Di fronte al sepolcro, il celebre pollaio che mostra in un balcone un gallo ed una gallina vivi, ricordo del famoso miracolo che Aymeric Picaud situa a Toulouse e che accade agli inizi del secolo XV, e lo storico Huidobro lo narra così: “Una famiglia tedesca di Santu, vicino a Wesel e Res, nell’arcivescovado di Colonia, decise, in virtù di una promessa, di andare in pellegrinaggio a Compostela, accompagnata da un figlio, un bel giovine. Essendo tappa del Cammino, e dinanzi alla fama dei miracoli del glorioso sepolcro, vi sostarono e visitarono la chiesa, pregando molto devotamente davanti al sepolcro. Stanchi del viaggio, trovarono una locanda, dove rimasero due giorni: la figlia dell’oste, ciecamente innamorata del giovane pellegrino, gli rivolse il suo amore, però lui lo respinse. Lei cambiò l’amore in vendetta, e prendendo una tazza d’argento la introdusse segretamente nella valigia del pellegrino, mentre questi dormiva”.
Durante l’itinerario, la giustizia trova la tazza d’argento e il giovane viene condannato alla forca. I genitori arrivano fino a Compostela e pregano per loro figlio davanti a Santiago. Al loro ritorno, lo trovano ancora appeso ma vivo per l’intercessione dell’apostolo. Quando vanno a raccontare il miracolo al giudice, questi sul punto di mangiare due volatili (si presume che fosse un gallo e una gallina) dice: “Tuo figlio è vivo come questi volatili che vedi qui sul piatto”, l’istante in cui gli uccelli “saltarono dal piatto e cantarono”. 
 
La pietosa leggenda di San Giullen e Santa Felicia Lasciando alle spalle Eunate, il cammino trascorre tangente alla località di Obanos, dove è imprescindibile evocare la leggenda di Guillén e Felicia. Felicia e suo fratello Guillén – successore del poderoso ducato di Aquitania – vivono agiati e in modo confortevole nei loro ricchi domini. Un giorno, lei decide di peregrinare a Compostela, seguendo un rito profondamente radicato nella sua famiglia dacché Guillermo X trascorre gli ultimi giorni della sua vita a Santiago, un 9 di aprile – Venerdì Santo – del 1137. Al suo ritorno, toccata dalla poderosa influenza dell’apostolo, congeda il suo seguito e rimane, servendo come domestica, giovane da lavoro, ad Amocáin. Suo fratello, appena lo seppe, parte alla sua ricerca e le chiese di ritornare al suo paese, dove le attendono un buon compromesso matrimoniale ed un’esistenza regale. Lei non vuole e lui, in un momento di collera, la sgozza. I cani le leccano il suo sangue. Pentito davanti al suo crimine, seppellisce sua sorella e in abito da pellegrino, percorre il Cammino di Santiago alla ricerca del perdono. Di ritorno, vede la cima di Arnotegui e decide di costruire un’eremita e rinchiudersi in essa, lavorando e pregando, fino alla sua morte. Felicia, seppellita ad Amocáin, sorge con la sua bara al campo come un germoglio. Poi, a cavallo in una mula bianca, viene esaudito il suo desiderio di essere sepolta a Labiano. Lì rimane il suo corpicino illibato curando i dolori di testa di paesani e forestieri. Questa leggenda prende corpo letterario nella sacra rappresentazione che, con il nome di Mistero di Obanos, si rappresenta nella citata località fin dal 1962 e che ritorna ad ogni anno Compostellano.
 
Viana e Cesare Borgia. Cesare Borgia, la cui biografia tanto interessò Nicola Macchiavelli, e la cui aureola avventuriera e libertina oltrepassò tutte le frontiere, unisce il suo nome a quello della Navarra dal 1491 quando, a 16 anni, venne nominato vescovo di Pamplona. Destinato ad essere Papa (o Cesare), trascorre la sua vita tra lo studio, i colpi di fortuna e la diplomazia vaticana. È principe. Guerriero. A 19 anni, cardinale. A 22, generale degli eserciti della Chiesa. A 24 anni (1499) si sposa, a Blois con Carlota d’Albret.
Morto suo padre, il papa Alessandro VI (1503), i colpi di sfortuna lo portano a Roma e a Napoli, da Napoli alla torre della Mota, di prigione in prigione. Nel 1506 fugge in Navarra, in piena guerra civile. Nel 1507, suo cognato il re Giovanni d’Albret lo nomina vice sergente d’artiglieria della Navarra e capitano generale degli eserciti. Il 12 marzo dello stesso anno, in una sfortunata scaramuccia contro il conte di Lerín, Cesare Borgia muore nel campo de la Verdad, nelle vicinanze di Viana, dove sarà sepolto. Aveva 32 anni.   
 
Montes de Oca. Il nome di Oca mette in relazione questi monti con quel simbolo così utilizzato dai costruttori medievali, la zampa d’oca, e con lo stesso e mitico animale. Lo vedremo spesso lungo il Cammino in modi diversi. C’è chi assicura che il popolare gioco dell’Oca, con la sua sequenza di oche e ponti, e la sua forma di labirinto, è una ripetizione schematica del cammino verso Compostela e che, forse, furono gli scalpellatori i loro inventori e popolizzatori.  
 
Compostela. La cattedrale di Santiago contiene, sia nel tracciato che nella pianta, una serie di singolari caratteristiche all’interno del romanico di quella che è denominata arte dalle peregrinazioni: grandi chiese o basiliche, con volta a botte su archi sporgenti nella navata centrale e volte a crociera nei laterali; chiese alle quali s’incorpora, come elemento architettonico rivoluzionario, l’absidiola. Questa struttura è stata approntata per accogliere grandi moltitudini che deambulano all’interno della chiesa senza disturbare le funzioni liturgiche della navata centrale, e agevola la circolazione per la visita delle varie reliquie situate nelle diverse cappelle dell’absidiola. Assieme a queste caratteristiche, appare il triforio, con le sue gallerie sovrapposte alle navate laterali, che circonda tutta la cattedrale. Almeno cinque chiese si includono in questo complesso: San Martín di Tours, San Marcial di Limoges, San Sernin di Toulouse, Santa Fe di Conques, e la più perfetta di tutte, Santiago di Compostela.
È così grande era l’affluenza di pellegrini che si dovette inventare – come lenitivo dell’odore delle pietose folle – l’incensiere. L’incensiere attuale (che sostituí nel 1851 quello portato via Napoleone, del 1544, e lavorato in argento) è, ora, solo elemento decorativo o attrazione turistica che si può vedere in funzionamento nelle grandi solennità e tutte le domeniche dell’Anno Santo. Misura 1,5 metri di altezza e pesa attorno ai 50 chili. Mediante una serie di corde e pulegge, sette uomini (i tiraboleiros) lo fanno oscillare a modo di pendolo da uno ad un altro braccio della navata minore (nel 1499 si staccò e uscì dalla porta delle Platerías, era presente la principessa Catalina di Aragona). Per fermarlo, uno dei tiboleiros saltò su di lui. Già esisteva nel secolo XIV; come esisterono altri turibuli magni nelle cattedrali di Zamora, Ourense e Tui.

Le Cento Donzelle. Narra la leggenda che nei tempi del mitico re Mauregato, i conquistatori saraceni impongono ai cristiani l’obbligo di consegnare loro ogni anno un tributo di cento donzelle.
Si doveva in tutto questo di Almanzor dare
cento donzelle belle da maritare,
si doveva per Castiglia ciascuna cercare,
si doveva adempiere, è ciò ci faceva rattristare.
 
Narra con grazioso anacronismo il Poema di Fernán González. Questo tributo si mantiene fino al regno di Ramiro I, colui che nega che venga soddisfatto, ciò scatena un’accanita guerra che sbocca la battaglia decisiva nelle campagne “clavijanas”. In quel momento con le truppe cristiane soccombendo, appare l’apostolo Santiago sul suo bianco destriere: brandisce un’accecante spada con la quale carica contro la moltitudine di mori e consegue decantare la sorte dal lato della Croce. Corre il giorno 23 del mese di maggio dell’anno 844 del Signore.

IL MONASTERO DI SANT’ANTONIO. IL MISTERIOSO ORDINE DEGLI ANTONIANI. I cittadini nordici e centroeuropei, attaccati in modo crudele ed endemico dal morbo del fuoco di Sant’Antonio, accorrono  nei pellegrinaggi moltitudinari verso Compostela. Lungo il tragitto, chiedono ai chierici antoniani che mitighino il male delle loro estremità incancrenite toccandole con la punta del loro bastone a forma di t greca. Questi distribuiscono anche, tra i pellegrini malati, alcuni a modo di piccoli scapolari chiamati Taus, così come il pane e il vino manipolato con certi rituali nei quali partecipa il bastone abbaziale (naturalmente, a tau (t greca)); anche se con meno frequenza, consegnano le campanelle benedette del santo con la croce di Sant’Antonio. E, così, poco a poco guariscono dalla malattia finché, arrivati a Santiago, guariscono del tutto. Però, alcuni anni dopo il ritorno nel loro paese d’origine, riappare (senza dubbi, come castigo di una nuova colpa) ed è necessario un nuovo pellegrinaggio che assicura un’altra infallibile guarigione.
Grazie a ciò è fondato il potere taumaturgico dell’apostolo in Occidente e del misterioso ordine di Sant’Antonio. Secoli più tardi, scomparso l’ordine antoniano, la scienza medica scopre che il fuoco di Sant’Antonio è una malattia vascolare, oggi denominata ergotismo, e provocata dall’ingestione continuata di pane di segale infettato dal fungo dello sclerozio (Claviceps purpurea). Perciò, gli abitanti delle aree fredde dell’Europa, consumatori abituali di pane di segale, si ammalavano di vasocostrizione prodotta dal fungo. E, nel cambio di alimentazione, durante il loro cammino attraverso zone più meridionali, produttrici di grano e consumatrici di pane bianco, guarivano in modo progressivo.

 

 

 

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