26Giugno2009

Da Saint Jean Pied de Port a Pamplona

Scritto da Paolo nella categoria: Le mie Tappe. |

Diario della partenza e dei primi giorni di cammino

Da Saint Jean Pied de Port a Pamplona

10 maggio 

1° giorno: Da Verona a Saint Jean Pied de Port

È l’ora, si parte!!

Santiago è lontana, ma dopo averlo sognato, desiderato, sperato, studiato, aspettato, oggi finalmente inizio IL CAMMINO.

Un saluto a Zeno, uno un po’ più lungo a Giacomo dopo tutto è il suo Santo e via prima che vengano i groppi in gola.

Mi accompagnano Robi e mia moglie Paola all’aeroporto di Bergamo in piena notte, l’aereo parte all’alba per Londra. Un saluto un po’ meno veloce a Paola, è la prima volta che ci separiamo per un periodo così lungo in ventidue anni di matrimonio.

Ciao. E resto solo con i miei pensieri, ed è già full immersion in quello che troverò tra poche ore ai piedi dei Pirenei, ragazzi che dormono in tutti i modi possibili e immaginabili con sacco a pelo e no. Parto finalmente, volo in quasi orario ed arrivo a Londra, prima tappa di avvicinamento, c’è un sole incredibile, mentre le alpi non le ho proprio viste coperte dalle nuvole com’erano.  L’impatto con la sterlina è devastante per pranzo un cappuccino, un tramezzino ed un biscotto uno, spendo l’equivalente di 12 euro. Me ne vado! Ma, dopo questo economico pasto, prima un’altra gentilezza inglese, sono appena sbarcato e nessuno mi ha guardato, per andarmene al checkin perquisizione completa di zaino, zainetto, mia e delle mie scarpe! Viva l’Inghilterra! 

Arrivo a Biarritz in perfetto orario, bus e arrivo in stazione a Bayonne, tento di ammazzare il tempo con un giro nei dintorni, pensavo di passare un’oretta ma è peggio del piazzale di Porta Nuova di sera. Pazienza, mi armo di sudoku e pepsi e aspetto. 

Arrivo a Saint Jean alle 19.30 dopo un viaggio in treno quasi in solitario, ci sono solo un paio di pellegrini nella mia carrozza ma non riesco a distinguere che lingua parlano. Timbro la mia credenziale e vado in albergo, mi stanno aspettando, tempo di mettere lo zaino in camera ed è subito cena, multietnica, fortuna che una ragazza olandese parla bene l’italiano altrimenti tra canadesi francofoni e tedeschi del nord non avrei spiaccicato parola tutta sera.

Mi racconta che è partita da Hengelo in Olanda tirandosi dietro un carrettino con i bagagli, sono quasi cinquanta giorni che è in viaggio e questo e il terzo carrettino con bagaglio, i primi due hanno preso il volo in Francia.

Io nello zaino ho un lucchetto da bicicletta quando c’e bisogno lo lego, un po’ di prudenza e forse non mi rovino il viaggio. La cena è buona, subito dopo faccio un salto all’Ufficio accoglienza del Pellegrino di fronte all’albergo e mi collego ad internet per scrivere a casa e poi a nanna.

11 maggio   

2° giorno: Saint Jean Pied de Port - Roncesvalles

Sono le 6.00 c’è già movimento, mi vesto colazione, brevi saluti e sono già in strada. Dopo 500 metri smette di piovere e allora si va in montagna. Montagna vera con pendenze del 20%, il concetto di tornante non è ancora stato assimilato dai francesi e dopo quattro ore nella nebbia sono convinto che la salita sia finita, mi fermo nei pressi di una croce, un pellegrino tedesco con un megaiperhitec orologio mi mostra la temperatura, ci sono due gradi, per essere arrivato fin quassù in camicia mi accorgo che fa un po’ freschino.

I Pirenei non li ho visti eppure li sto calpestando. Nebbia e nebbia.

Mangio un panino con frittata preparatomi dai magnifici gestori del Rifugio di Saint Jean, squisito e riparto, si alza un po’ la nebbia e scopro di avere davanti ancora un muro, ne avrò per mezz’ora, un’agonia poi spiana. Nel fango, due ore di bosco con fango a tratti anche di 30 (trenta) centimetri, a piedi si fa fatica ma per le biciclette è anche peggio, le portano a mano, dandosi una mano prima ne portano una e poi tornano a prendere l’altra, micidiale. Per fortuna dopo il sentiero diventa una strada.

Alle quindici sono a Roncisvalle, stranamente sono solo, poi scopro di essere entrato dal retro comunque sono uno dei primi, timbro e vado a prendermi il letto. La Collegiata è’ un camerone con 140 posti! Doccia bucato un caffè e poi alla Messa dei Pellegrini, oggi è anche Pentecoste c’è più solennità, il sacerdote ad inizio messa Saluta tutti i Pellegrini nella loro lingua, è incredibile sentire che ci sono coreani canadesi argentini americani messicani brasiliani oltre a quasi tutti i paesi europei. Al termine ci chiama vicino all’altare e ci impartisce la Benedizione del Pellegrino, una formula che ha circa mille anni ma ancora molto affascinante. La cena non è un gran che, sono finito nel secondo turno del ristorante e la scelta e la qualità sono quella che sono!

Sono quasi le nove e mezza quando al bancone degli ospitaleri si presentano due persone forse più stanche che spaesate, sarà un incontro che mi verrà in mente molte volte nei giorni che poi passeremo insieme, sono Annamaria e Felipe.

Antica Benedizione del pellegrino

O Dio, che portasti fuori il tuo servo Abramo dalla città di Ur dei Caldei, proteggendolo in tutte le sue peregrinazioni, e che fosti la guida del popolo ebreo attraverso il deserto, ti chiediamo di custodirci, noi tuoi servi, che per  amor del tuo nome andiamo pellegrini a Santiago de Compostela. 

Sii per noi compagno nella marcia, guida nelle difficoltà, sollievo nella fatica, difesa nel pericolo, albergo del “Camino”, ombra nel calore, luce nell’oscurità, conforto nello scoraggiamento e fermezza nei nostri propositi perché, con la tua guida, giungiamo sani e salvi al termine del Cammino e, arricchiti di grazia e virtù, torniamo illesi alle nostre case, pieni di salute e di perenne allegria.

Per Cristo nostro Signore. Amen

San Giacomo, apostolo di Gesù. prega per noi.

Maria. madre di Dio, prega per noi.

Marciate in nome di Cristo che è il cammino e pregate per noi a Santiago del Compostela.

12 maggio  

3° giorno: Roncesvalles - Zubiri

Sono ancora le 6.00, ed una gradevole musica ed una fastidiosa luce negli occhi ci dicono che è ora di ripartire, non ho quasi chiuso occhio, il mio vicino questa notte ha deforestato l’amazzonia russando come una sega da legno ma tutto l’ambiente a vario titolo a dato il meglio di se, ci vorrà molto spirito di adattamento andando avanti.

La giornata si presenta bene, mi fermo nel primo paesino che incontro dopo poco più di un kilometro, mi faccio un ¿ caffè ? e poi cinque ore di su e giù senza tregua trovando due paesi addormentati e la compagnia degli avvoltoi che sembrano aspettare arrivi il loro pasto poi nulla più.

Arrivo a Zubiri che non è ancora mezzogiorno e il primo rifugio è pieno, accetta prenotazioni e altri hanno prenotato, vado nel secondo con Toni un tedesco con cui ho diviso il muretto su cui mi sono fermato a mangiare un panino.

Siamo i primi e come ieri sbrigo subito le mie cose prima che arrivino i bisonti, perdo 20 minuti solo per sfangare le scarpe. Riposo un po’, scrivo qualche appunto, faccio il giro del paesino fino al ponte de la Rabia ed alle sette con Toni cerchiamo un posto dove caricare un po’ di carboidrati per domani.

Optiamo per la trattoria da camionisti all’uscita del paese e non el restaurante para pelegrinos. E come da quella che poi si rivelerà anche una piacevole regola al nostro tavolo si aggregano altri pellegrini, questa sera è il turno di due ragazze: Vivi, belga francofona che oggi ha fatto una tappa da 38 km e Regina, tedesca di Francoforte. Cena esagerata, paella, cordero al chilindron e coalhada birra e vino 12 euro, lo stesso prezzo del pasto di Londra solo molto più buono.

La conversazione presenta lati tragicomici, Vivi non capisce il francese di Regina, Regina parla un tedesco diverso da Toni, Toni parla un angloalemanno da paura, io mi limito a brevi frasi in anglospagnolo, faccio un figurone e parlo poco. Quello che mi resta di tutti i discorsi sono che Vivi è un ottima fotografa e Regina è una Pastora Luterana.  Restiamo a tavola chiacchierando due ore poi al rifugio. Molta gente già dorme, mi infilo nel letto e dopo cinque minuti dormo anch’io, forse sono un po’ indietro di sonno. 

13 maggio  

4° giorno: Zubiri - Pamplona

Questa mattina alle 6.00 sono già fuori nel cortile del rifugio municipal che mi sistemo lo zaino, il movimento lento dei pellegrini è cominciato poco dopo le cinque con zip velcro e lucette varie e con goffi tentativi di attenuare i rumori, saluto Toni che apre un occhio e mi fa un cenno, forse ci ritroviamo a Pamplona questa sera, chissà?

Parto e se ieri i paesi erano addormentati oggi sono solo un riferimento geografico. Passo Larrasoana cercando di non perdermi nei cantieri stradali che sventrano tutto il centro e mi fermo poco oltre arrangiandomi una colazione campestre.

Mi sbrigo la formalità dei quasi primi venti chilometri in poco più di quattro ore e mi fermo per un caffè a Trinidad de Arre.

Sono quasi le dieci e mezzo e sul banco c’e’ ogni ben di dio, opto per un boccadillo con frittata ed uno con nonsochè ed una birra (p.s.: la frittata è la cosa più normale che qui si possa trovare) e devo dire che a stomaco quasi vuoto ci voleva. Sono ormai in vista di Pamplona, attraverso una periferia anonima ed alle 11,30 sono già all’albergo, il Padeborn, ventisei posti in stile tirolese, poi scopro che i gestori sono di una confraternita tedesca.

Mi sistemo, solite cose doccia bucato scarpe diario e poi in giro per Pamplona, dopo 100 metri mi trovo alla plaza de Toros, l’inizio dell’Encierro, il percorso dei tori della festa de San Firmin ed Hemingway sta dappertutto. Girando trovo un’internet point nei pressi della cattedrale, sembra un Coffee shop di Amsterdam e posto la mia prima pagina di viaggio.

Quando esco entro in Cattedrale e mi ritrovo nel bel mezzo di un rosario recitato solo da uomini con esposto il gonfalone di una qualche confraternita, strana atmosfera. Girando attorno all’abside rincontro Regina, ci diamo appuntamento per la cena con Toni che nel frattempo è arrivato con tutta calma.

Mangiamo in un localino consigliato dalle guide, si spende poco ma non è certo la cena di ieri, improvvisamente mi accorgo dell’ora, si è fatto tardi e rischio di trovare l’albergo chiuso, sotto una pioggia inaspettata e fastidiosa attraverso di corsa mezza Pamplona e cinque minuti prima delle dieci sono già in camera.

continua

9 

26Giugno2009

Da Pamplona a Estella - Lizzarra

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14 Maggio

5° giorno: Pamplona - Puente la Reina

Questa mattina piove e manca un po’ la voglia di partire, tergiverso per Pamplona sperando che si apra il tempo e mi passino questi fastidiosi problemi di stomaco, così mi ritrovo che dopo quasi 2 ore ho fatto solo 4 Km di strada, passo dal campus universitario di Navarra e, ragazzi, noi ce lo sogniamo un posto così. Supero con un po’ di difficoltà Cirrus Minor prendendo un caffè allucinante alla Tabierna del Tremendo, non poteva andare diversamente ma, se non altro ha smesso di piovere come pure il resto. Inizio la salita all’Alto del Perdon, uno dei posti più mitici del Cammino: sono  ore di cammino che è difficile raccontare, l’acqua dei giorni scorsi ha distrutto i sentieri e si scivola continuamente nel fango inciampando in sassi e radici di ginestre.

Giunti sulla sommità si gode un panorama splendido nonostante il tempo; alle spalle si scorgono per l’ultima volta i Pirenei e davanti ci si apre l’altopiano che tra qualche giorno si trasformerà in meseta.

Il monumento al Pellegrino, la fila infinita di torri dell’impianto eolico, il panorama, il vento t’invitano a fermarti, ma si deve continuare, nel fango naturalmente. Sempre fango fin quasi ad Obanos dove prendo una deviazione verso la chiesa ottagonale dei templari di Eunate, 5 km di deviazione dal percorso in mezzo a vigneti e frumento, ma ne vale la pena. Questo era un antico luogo in cui i pellegrini malati trovavano rifugio, cure e, i più sfortunati, anche la sepoltura. Faccio una sosta un po’ più prolungata approfittando della pace del luogo e di un po’ di viveri che mi sono rimasti ancora nello zaino.

Arrivo a Puente la Reina verso metà pomeriggio, non ho fatto le corse, i luoghi meritavano delle vere soste, qui i vari percorsi che nel medioevo partivano dall’Europa si ricongiungono, mi fermo per la notte nel refugio di fronte al monumento al Pellegrino che ipoteticamente segna questo luogo. A cena conosco un gruppo di quattro pellegrini di Belluno, Luigi Mario Pasquale e Gianni, con cui passerò dei momenti piacevoli e dei quali conserverò sempre il ricordo.

Girando un po’ per il paese faccio il primo incontro con una presenza che poi ritroverò per molti giorni ancora sul cammino, le cicogne. Vederle volare o sentire i loro richiami col battere dei becchi sarà un’esperienza che mi darà sempre pace e compagnia nei momenti di cammino solitario.           

15 Maggio  

6° giorno: Puente la Reina - Estella

Oggi il tempo sembra migliorare e si spera in una tappa di alleggerimento visto che non sembrano esserci dislivelli importanti, partenza come al solito di buon’ora, si va tranquilli per circa un’ora e mezza salutando chi s’incontra: c’è allegria nell’aria, si passa il paesino di Maneru, si scende un po’ e poi… Improvvisamente ci ritroviamo nella situazione peggiore fin qui affrontata, 3 km di salita fino a Cirauqui (traduco letteralmente dal basco: nido di vipere) in mezzo ai vigneti e all’argilla a tratti rossa, a tratti grigia: quel tipo di fango che dove appoggi il piede non sai mai dopo quanto troverà un appoggio sicuro, mezzo metro avanti e trenta centimetri indietro e di lato con la suola che non si vuol staccare dal terreno e, quando si stacca, potresti pagare l’ICI sulle dimensioni della scarpa; gente che vola letteralmente con la faccia nel fango!

Ed alla fine un paesino che tutto si merita ma non di certo quel nome. Arrivo nella piazzetta con i primi sintomi di un dolorino che mi abbandonerà definitivamente solo a Santiago dopo aver raggiunto soglie quasi insopportabili e decido dopo quasi trenta anni dall’ultima volta di mangiare una banana.

Non è poi così male. Si riparte dopo una sosta tecnica per alleggerire il carico, leggi fango dalle scarpe, ma, come ieri, la media oraria è veramente scarsina, fortuna che all’uscita dal paese si imboccano i resti di quella che fu una strada romana, che nonostante gli anni a tratti tiene ancora; si riesce senza traumi a passare Lorca e Villatuerta.  Sto quasi abbandonando il paese e devio per una via in fondo alla quale vedo il campanile della chiesa. È presto, mi fermo un attimo e mi ritrovo in mezzo ad una festa: hanno appena terminato la messa in onore di Sant’Isidro Lavoratore (patrono della contrada) La chiesa è già chiusa ma il parroco mi apre per farmela vedere. All’uscita vengo circondato da bocadillos e vasos de viño tinto tento la fuga ma non riesco. Gli ultimi 4 km fino ad Estella sono quasi in piano ma duri: el viño tinto si fa sentire, e anche i bocadillos con salsa di cipolla, a dire il vero. Arrivo in paese.

L’albergue è la prima cosa che incontro entro e prendo un letto. Mi cambio ed esco per un giro di Estella, devo trovare un ufficio postale e un locutorio donde con un ordenador connectarme a internet. Con un po’ di fortuna trovo anche la chiesa, aperta.

Spedisco a casa un paio di T-shirt, spero che arrivino in tempo per la festa di Giacomo e Zeno, mi prendo un qualcosa per cena e torno in albergo, uno dei peggiori del cammino, questa sera non vedo l’ora di andare a letto, il fango mi ha ucciso oggi. 

continua

8 

26Giugno2009

Da Estella a Najera

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16 Maggio   

7° giorno: Estella - Los Arcos

Non ho dormito bene questa notte de è ancora buio quando esco in strada per incamminarmi lungo la via che mi porta oggi a Los Arcos. Esco attraversando la zona vecchia di Estella, a quest’ora con il silenzio le luci soffuse ed un cielo stellato meraviglioso è ancora più bella. Salgo al Monastero de Irache, sono le sei e mezzo poco più e mi fermo alla Fuente del Viño, brindo con un dito di vino rosso gentilmente offerto ai pellegrini che passano, sgorga da un rubinetto di una bella fonte posta sulla facciata di una cantina vinicola. La mattina e’ fredda e forse un dito in più di vino non può altro che far bene, forse.

Passo davanti all’immenso Monastero di Irache e mi incammino su un percorso che oggi, oltre ai panorami, mi offrirà poche possibilità di sosta, reincontro Felipe il brasiliano: gli hanno ritrovato lo zaino ed è contento, lo saluto e fin oltre metà tappa non ritrovo nessun altro che ho conosciuto nei giorni scorsi.

Alcuni kilometri prima di Los Arcos in mezzo a colline e campi coltivati a frumento e solo frumento,ma senza traccia di anima viva trovo parcheggiato un camper, un bel camper e sulla porta c’e’ John, un inglese che mi porge una pinta di caffè, mi chiede solo il nome e da dove vengo, nulla più.

Fa da supporto ai pellegrini anche come infermiere, ha una cassetta di cerotti e medicazioni varie da far invidia ad un Pronto Soccorso di qualche ospedale pubblico. Non chiede nulla ma quando metto qualche moneta nella cassettina del ‘donativo’ mi ringrazia, siamo in tanti a ringraziare lui, un angelo nel cammino. Ancora oggi non credo sia successo veramente, ma poco prima di incontrarlo, giuro, io stavo solo pensando ad una tazza di caffè.

Dopo quasi 6 ore arrivo a Los Arcos e ritrovo Peter: un austriaco con la passione per la cerveza, dopo un pò arriva anche Toni. Approfitto del fatto che apre una tienda de alimentacion, li saluto, li lascio al loro quarto giro di birre e vado a comprarmi qualcosa per sostentarmi durante la tappa di domani, sarà dura: la prima oltre i trenta kilometri.

Questo paese è il luogo dove gli incontri sono molto particolari, prima mi imbatto in una coppia di pellegrini anziani ma molto più di quello che credo, lei mi chiama “bimbo mio” e quando le faccio notare che va ben tutto ma ho cinquant’anni, lei ribatte: ” e io ne ho ottantuno bimbo mio”.

Ma il bello arriva nella serata durante la cena, una signora svizzera, ospite casuale al tavolo dove ceniamo Toni ed io, ci racconta cosa ha fatto negli ultimi dodici mesi: trekking con le slitte in Lapponia, trekking a cavallo in Australia, trekking a piedi sulle isole vulcaniche delle Hawaii ed un giretto di un mesetto in Messico e Yucatan, particolare la signora ha 83 anni 83.

17 maggio  

8° giorno: Los Arcos - Logroño

Notte dura, due roncadores (russatori) decidono di demolire una parete del rifugio, non riesco assolutamente a chiudere occhio, vedo tutte le ore e decido di alzarmi e andarmene: sono le 5 e sono qui a farmi lo zaino nel cortile del rifugio. Come ieri, peggio di ieri, perché sono in strada all’alba senza aver dormito, dicono che anche questo è spirito del Cammino, sarà, ma si potrebbe farne a meno. Le gambe ingranano molto lentamente su un sentiero molto migliorato rispetto ai giorni scorsi ma con dei saliscendi spezzagambe incredibili, sono con Toni il tedesco che incontro, perdo, rincontro e che ieri ha aperto e buttato gli scarponi, oggi cammina con le scarpe da tennis ma soffre a causa dei sassi.

Dopo aver attraversato una zona letteralmente deserta dove l’unico fabbricato è l’Ermita della Virgen del Poyo giungiamo a Viana, una cittadina bellissima famosa per l’uccisione di Cesare Borgia, tanto amato dal popolo che è seppellito all’ingresso della chiesa in modo che ogni giorno tutti possano calpestarlo.

Perdo Toni che si ferma per uno spuntino a base di peperoni e salsiccia con Peter e ritrovo Felipe, Angel e Anna, mi fermo per delle tapas e un vaso de viño tinto: è mezzogiorno ci sta, è anche il compleanno di Giacomo, virtualmente sto festeggiando con lui i suoi 20 anni e i primi 20 km di oggi.  Riparto, gli ultimi dieci kilometri passano in lampo, per fortuna perché la periferia di Logroño è veramente grande e triste.

Sulla discesa prima dell’ingresso in città mi fermo a mettere un timbro alla casa di Doña Felisa, deceduta alcuni anni orsono, un’istituzione del camino, ha passato una vita ad offrire higos, agua y amor” ai pellegrini che passavano davanti alla sua casa. Oggi c’è la figlia ma sembra più uno spettacolo della proloco che una cosa spontanea. L’albergue è quasi pieno e sono al terzo piano, è la salita più dura della giornata, mi ritrovo in un sottotetto, trenta brandine appoggiate l’una all’altra, la vedo bene questa notte. Dopo la normale amministrazione quotidiana esco in cerca di un’internet point, non lo trovo e non trovo neppure la plaza de toros, c’è su tutte le piantine della città, ma dopo aver girato a vuoto per più di mezz’ora trovo solo un condominio rotondo nuovo di palla, penso che la mia ricerca delle plaza de toros si concluda con questo tentativo.

Torno verso il centro, trovo Anna e mi fermo per un caffè, dopo giorni di porcheria ho scoperto che se ordino un “cortado” mi portano una cosa che gli assomiglia. Hay tapas tambien ma non mi lascio tentare tra un po’ si va a cena. Ci si ritrova tutti prima di cena, sotto una pioggia torrenziale, ma qui si cena tardi e non c’e di meglio che infilarsi dentro un supermercato e fare spesa per domani, sembra la hall del rifugio tre quarti dei pellegrini in sosta a Logrono sono qui dentro. Usciamo dopo più di un ora e piove ancora, non è un bel presagio per la tappa di domani.

18 maggio  

9° giorno: Logroño -Najera

Esco presto, tappi o non tappi la musica é sempre la stessa, ma questa mattina sono in gruppo. Ieri a Viana mi sono unito ad un gruppetto di pellegrini. Ci sono nell’ordine Annamaria, friulana, farmacista e pellegrina spaesata della prima sera a Roncisvalle, Francisco spagnolo trapiantato in provincia di padova e di reni e Felipe Dartagnan, un brasiliano che una mattina è uscito a vedere il cammino com’è per poi raccontarlo alla suocera. 

La strada di ieri in ingresso è uguale a quella in uscita, sono le sei di mattina e c’è pieno di gente ancora in giro,famiglie con bambini anche, persone normali, non animali notturni e tutti ti salutano, c’è allegria quasi nell’aria fa un effetto strano: penso ai giorni di Verona prima di partire e mi sembra proprio un altro mondo, quelle volte che mi capita di vedere gente all’alba mi da il senso di gente sfatta, stralunata, senza gioia di vivere .

Passo dalla Granja: una grande zona paludosa, aironi, cicogne e altri volatili stanno salutando un nuovo giorno che sembra promettere bene.

Passo il paese di Navarrete dove mi fermo per uno spuntino al bar di fronte al refugio municipal, i gestori sono di una scortesia imbarazzante, me ne vado schifato, Navarrete chi?

Sono già passate tre ore, il tempo cambia e mi sa che …..

Subito dopo Ventosa (un nome, un programma) inizia a piovere pochino … un po più di poco … un po meno di forte  … un diluvio ! Dopo quasi tre ore sotto acqua, camminando sull’asfalto della caretera nacional finalmente alla periferia di Najera riesco a fermarmi per la prima volta al coperto, ho fatto 12 km sulla caretera nacional perche i campi erano impraticabili. Sono fradicio, mi cambio quasi completamente, fa freddo e non accenna a smettere. Dopo una lunghissima traversata della noiosissima periferia, arrivo all’albergue è un trauma, apre solo dopo 2 ore, aspetto su una panchina con altri 40 derelitti fradici e stanchi, fortuna che ha smesso di piovere. Mi consolo un pò la sera, trovo una buona cena e alcuni famosi roncadores, ormai identificati ed additati al pubblico ludibrio sul cammino, li vedo proseguire verso il paese seguente, questo albergue ha ormai riempito tutti gli spazi, la gente dorme anche per terra.

Alle 21.30 l’albergue sta per chiudere ed entra un ragazzo francese della Martinica, si presenta all’ospitalera con una rosa , la convince a farlo dormire in cucina, quando estrae la credenziale c’è un momento di incredulità: è lunga tre metri, avrà 200 timbri, si scatena un applauso dei presenti, l’ospitalera fa il giro dell’ostello; è partito il 5 gennaio da Le Puy en Velé, è andato a Finisterre e adesso torna a casa. Tosto anche per il fatto che è arrivato in maniche corte e fuori stasera fa freddo.

Ciao a Tutti

continua

1 

26Giugno2009

Da Najera ad Ages

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19 Maggio

10° giorno: Najera - S.to Domingo de la Calzada

Sveglia e partenza all’ alba, la tappa non è ne lunga né dura ma se vuoi sistemarti in modo decente e trovare acqua calda devi arrivare presto, ormai si sono capite quali sono le regole del gioco, anche se non piace è così e ci si adatta.

Il cammino verso Azofra inizia con un duro tratto di salita subito in uscita da Najera, Virgil un ragazzo francese che si mantiene sul cammino facendo il mimo e giocoliere di strada ci saluta da un altura, lui dorme in tenda nei campi perchè non sopporta i roncadores, gli albergue li usa per docciarsi a gratis e poi via.

Passo una lunga teoria di campi e colline coltivati a grano e vite, per i paesini un po’ fantasma di Huertas e Palacio, quattro case in croce fino a trovarmi a costeggiare un immenso campo da golf con annessa urbanizzazione selvaggia. La nel deserto!!

La vista per un attimo del campanile di Santo Domingo ci mette allegria, in quattro che camminiamo abbiamo solo tre gambe ancora buone. Sono le undici e mezzo quando arriviamo alla spicciolata al rifugio e riusiamo a prendere gli ultimi posti in mansarda, ci è voluto una mezz’ora buona per sistemarci nell’albergue, sono fiscalissimi con le scarpe. Quando usciamo troviamo un “bar de tapas” che ci serve arroz tres delicia, legumes con jamon e un vaso de viño tinto da ricordare. Quello che non ricordo è di riprendermi il cappello che mi sono tolto in chiesa dopo aver fatto la foto alla gabbia delle galline.

La storia delle galline è lunga ma ve la racconto in altra parte del blog.(ndr: ebbene si ho un blog che ho aperto in occasione di questo cammino, l’indirizzo è http://paololuk.altervista.org e che ho usato fin dove sono riuscito per aggiornare a casa sull’andamento quotidiano.)

La cena della sera invece è invece da dimenticare. Francisco l’ispano-padovano del gruppo litiga con il padrone della baracca, il menu esposto non c’era, il cibo pessimo e il conto salato, alla fine usciamo senza quasi pagare ma con la fame addosso.

Dove non mangiare a fine tappa ??? Alla Meson Los Arcos  a Santo Domingo de la Calzada segnatevelo ed evitatelo..

20 Maggio 

11° giorno: S.to Domingo de la Calzada - Belorado

Accompagnati dal canto del gallo e dallo sbattere dei becchi delle cicogne al sorgere del sole siamo in strada.

All’uscita del paese dopo il ponte sul fiume una lunga fila di pali per i nidi delle cicogne sono stati piantati lungo l’argine, vederle planare nei nidi è magnifico, sono contemporaneamente in volo anche 5 o 6 cicogne. Sette kilometri allucinanti su asfalto con i camion che ti sfiorano a 10 centimetri, ben venga una sosta caffè a Granon, poi uno dietro l’altro come le pecorelle nel presepe si susseguono paesini che ci accompagnano verso Belodorado.

Solo a Redecilla del Camino un bel fonte battesimale romanico e le panchine di fronte alla chiesa attirano la nostra attenzione.

E arriviamo così, come al solito a ora di tapas, a Belodorado.

Scendendo verso il centro del paese all’improvviso dietro una casa la vista impareggiabile di 7-8 nidi di cicogna sul fronte della chiesa. Abituato a vederli sempre in alto su campanili o ciminiere, averli a meno di venti metri di distanza sembra di toccarli tanto sono vicini, è un immagine indimenticabile.

Davanti ad un cortado con tortilla de papas decidiamo che per oggi “ya basta”, c’è gia troppo caldo e torniamo sui nostri passi all’ingresso del paese dove avevamo visto un albergue a 5 euro, sembrava nuovo e pulito, andiamo vediamo e ci fermiamo .

Mi faccio un giro per Belodorado mi fermo per un po’ di spesa e viveri di conforto e l’acquisto di un nuovo mitico cappello di paglia, la tappa di domani non ha molti appoggi logistici. Ritorno in albergo ed aggiorno il mio diario davanti ad una birretta mentre il resto del gruppo si crogiola al sole, c’è anche una mini piscina con bel prato, in estate deve essere un mito questo posto.

Quando torno in gruppo giunge inaspettata la novità che il giorno dopo dobbiamo allungare la tappa di 5-6 kilometri, un albergue sul cammino è chiuso per lavori di ristrutturazione. Consiglio di condominio, Logistico propone e si approva la mozione di prenotare ad Ages nell’albergue privato che fa parte de la Red de Albergue, alberghi privati a 5/7 euro, l’alternativa è sperare o camminare. Telefoniamo e prenotiamo così si parte e si arriva tranquilli, il posto c’è, anche una pellegrina tedesca ci ringrazia per l’idea e la prenotazione.

A cena mangio un pollo tutto per me, almeno cosi c’era scritto sul menù ma ha le dimensioni di un colombo magro. Vado in internet ma mi tolgono la connessione dopo poco prima di riuscire a postare qualcosa sul blog e leggere la posta.E’ ora di dormire.

 

21 maggio  

12° giorno: Belorado - Ages

Con la scusa che tanto oggi visto che si è prenotato si può arrivare con calma, è buio, ci saranno 3-4 gradi ovvero un freddo bestia per questa stagione e siamo già in strada. Le gambe non girano, un ginocchio fa notare la sua presenza con una fitta continua e ci vogliono alcuni kilometri per scaldarsi. Sulla strada non troviamo neppure un caffè caldo, la colazione va come va, oggi siamo autarchici si fa con quel che c’è. Passiamo Tosantos ancora addormentato e perfettamente chiuso e quando dopo dodici kilometri di ascesa appena accennata arriviamo a Villafranca Montes de Oca, il posto per il caffè fa talmente schifo e mal frequentato che tiriamo diritto stoicamente. Comincia la salita e sbuca il sole, dietro la chiesa di Santiago riempiamo le borracce e via 12 kilometri per passare la montagna, i primi kilometri sono duri e la bellezza del bosco di querce e roveri che attraversiamo non ci aiuta, è dura. Arriviamo in cima che mi tolgo le scarpe, i piedi urlano e fumano per non parlare del ginocchio, mi chiedo come faccio ad andare avanti. Dieci minuti di pausa e via giù e su da un vaio, 700 metri di passione e follia, mi metto a saltellare cantando un gospel. Felipe ed Anchel si distruggono dalle risate.

Poi 8 kilometri 8 di strada tagliafuoco quasi piana larga anche 100 metri, pineta da un lato macchia dall’altro, sole sopra, non termina più. Ci sdraiamo sotto un gruppo di pini, pellegrini che passano ci salutano e fotografano, dobbiamo avere delle facce allucinate, a due inglesi rispondiamo che stiamo aspettando il bus. Il caldo sta dando i frutti, ormai siamo fusi anche di testa.

Rimettiamo in moto le gambe e sul cammino sorpassiamo un gruppo di gerontoturisti tedeschi modello “in 7 giorni 7 giro della Spagna isole comprese” e 20 minuti dopo siamo a San Juan de Ortega, solitario

monastero in mezzo ai boschi, ai pellegrini nei secoli andati deve essere sembrato un miraggio. Splendido e incredibile, peccato non fermarsi, il rifugio è chiuso e in restauro.

Dopo un breve ma necessario ristoro e sponsino ci rimettiamo in cammino e quasi senza accorgerci siamo ad Ages, paese di 26 anime 2 alberghetti 1 negozio che se ti adatti c’è tutto 1 distributore di Pepsi. Posti prenotati, cena a base di paella (me ne toccano 2 piatti 2) dormito bene colazione: 18 euro.

Ci torno a fare le ferie. Telefono a Giacomo e Zeno, internet a 56k non riesce neppure ad aprire la posta, in compenso vedo il primo tempo di Champions. Domani si vedrà.

Continua

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26Giugno2009

Da Ages a Carrion

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22 Maggio  

13° giorno: Ages - Burgos

Partenza sotto una leggera pioggerellina, le previsioni davano bel tempo ma non c’è da fidarsi dei metereologi.Prima di arrivare al primo paese Atapuerca il clima si fa nordico e ci bardiamo di tutto punto per andare incontro ad una giornata di acqua e freddo.

Mi fermo per fare una foto ad un bel ponticello su un fosso e vista la poca luce mi appoggio inavvertitamente ad un rubinetto a pulsante di una fontanina, due secondi e sono bagnato dal cavallo ai calzini. Cambiarsi neanche pensarci. Una partenza da ricordare.

Passiamo un paio di paesini e ci ritroviamo nuovamente in salita, il sentiero è simile a quelli delle nostre dolomiti ma la nebbia che ha sostituito la pioggia ci impedisce di vedere qualsiasi cosa. Dopo 20 km di brutto tempo e strade impraticabili ci ritroviamo a dover aggirare tutta la nuova pista dell’aeroporto di Burgos per arrivare stremati nella sua magnifica zona industriale, si decide di saltarla a piedi pari sono 7 km di capannoni.

Investiamo la considerevole cifra di 0,90 euro e comperiamo il biglietto per il bus, vale la pena, 15 minuti e ci scarica in centro.

Rifocillati e un pò asciutti cerchiamo il nuovo albergue del Pellegrino, ma scopriamo che è ancora in ristrutturazione.

Riusciamo a trovare una camera a 15 euro, fuori dal budget standard ma in grandi città non si trova a meno. Dopo mezz’ora siamo già fuori per la città. La differenza con Pamplona si nota subito, questa è città ricca ordinata pulita direi anche fredda. Anche i prezzi sono da città 8.50 euro una tapas de pulpo quanto un menù del pellegrino. Trovo da postare in internet, sarà l’ultima occasione per giorni. Si aggiunge al nostro gruppetto Elisabetta, ma a Francisco riesce più facile chiamarla Isabel, e tale diventerà per tutti. E’ un amica di Annamaria, e volata qui dall’Italia per fare una settimana di cammino, impegni di lavoro non le permettono un periodo più lungo. Speriamo che il tempo sia clemente con lei.La piazza davanti alla Cattedrale nel pomeriggio si trasforma, come per un misterioso disegno, nel punto di incontro di pellegrini che si ritrovano e si rivedono dopo giorni di cammino. Trovo Toni, Peter, Antonio, Maria e non ricordo i nomi di tanti e quanti altri. E’ incredibile il cammino, per quanto non si facciano programmi, non ci si dia appuntamenti ci si incontra, rincontra e ci si ritrova come per magia. E’ il cammino che decide e come dice qualcuno: “è il cammino che fa il cammino”. Sera in pizzeria italiana per far contento Felipe.

23 Maggio

14° giorno: Burgos - Hontanas

Ci svegliamo un po’ tardi, in dieci minuti siamo già fuori in direzione della stazione dei bus, come ieri ci risparmiamo la periferia. Ci risparmiamo 5 km ma li pagheremo un po’ cari. Sono le sette e in giro non c’è un cane, non c’è un bar aperto. Al primo paesino ci fermiamo per un caffè e ci infiliamo mantelle e copri zaini: il tempo di ieri è di oggi e piove, m’infilo il cappello in testa e ombrello infilato tra le spalle e lo zaino, sta piovendo sul serio. Arriviamo ad Hornillos, l’unica attività economica del paese è un negozietto che carognosamente nell’insegna ci ricorda che mancano 469 km a Santiago. Animo! Oggi è il primo giorno di cammino di Elisabetta in seguito detta Isabel, piove e piove, peggio e sempre peggio, piove da sopra da sotto piove da sopra, passo dopo passo s’inzuppano di seguito i pantaloni le calze le scarpe. Comincio ad ascoltare lo sciabordio delle onde nelle scarpe, il ticchettio dei bastoni, le gocce che cadono dal sombrero, freddo, vento e tanto freddo.

Mi sto chiedendo chi me lo fa fare. Arrivo nei pressi del piccolo Arroyo di San Bol, è 300 metri fuori dal cammino, non c’è altro attorno, solo acqua, addosso sul sentiero e in cielo, razionalmente dovrei tirar dritto non fermarmi non perder tempo, sono ghiacciato siamo ghiacciati, non ne posso più, giro e vado, gli altri mi seguono. Arrivo davanti alla porta e c’è un ragazzo davanti alla porta che mi fa segno di entrare,” hei c’è un caffè che ti aspetta”. Lascio fuori mantella zaino e quant’altro, entro e c’è una stufa appena tiepida mi sembra di rinascere, arrivano gli altri, ci fa largo trova una sedia per tutti, il posto è piccolo, molto piccolo. Ci offre quello che ha: caffè, biscotti, ciliegie, ci mette il sello. Ci racconta che si chiama Francisco,  fa parte di una confraternita di muratori che dedicano dieci anni della loro vita al recupero e restauro di chiese e rifugi abbandonati lungo il cammino. Quando lo saluto mi ricorda che sopra le nuvole splende sempre il sole. Torno sul cammino e dopo ore di bufera un raggio di sole ci illumina. Coincidenze solo coincidenze.  La pioggia ci lascia e l’arrivo ad Hontanas ci sembra meraviglioso, il paese è grande come il parcheggio sotto casa mia, unica attrazione la chiesa, naturalmente chiusa come tutte le altre del cammino, 67 abitanti, andando avanti nei giorni seguenti troveremo paesi anche con 3 abitanti. Lavo gli scarponi prima che si pietrifichino, pesano 3 kg l’uno, da mangiare troviamo una sopa de ajo calda, sarà la prima e ultima, mai più, giuro. Mentre pranziamo al sole, come lucertole nel primo giorno di primavera, al nostro tavolo si siede Sonia, è stravolta, gli offriamo un bicchiere di vino e si fuma un sigarillo. Entrerà a far parte stabile nella compagnia. La sera menù del pellegrino con pastasciutta da pellegrini, a Felipe faccio capire che era cotta 15 minuti prima di quando l’hanno scolata.

Giornata dura, domani magari no

24 Maggio

15° giorno: Hontanas - Boadilla del Cammino

Si parte di buonora, tanto per cambiare, il sole che sbuca fuori sembra promettere una giornata discreta. Si arriva in fretta finalmente baciati dal sole alle rovine del Monastero di SanAnton, il luogo è affascinante ed ancora maestoso. Dentro c’è un piccolo rifugio che definire spartano è dir poco, sin agua wc luz y calefacciones, praticamente un materasso per terra al coperto. Si entra in Castrojeriz che sono da poco passate le 8.30 alla ricerca disperata di un bar, un tipo sbuca da una finestra, ci dice di aspettare. Mi siedo su un muretto ed apro i pantaloni. Aspetto. Intanto torna Sonia, l’ultimo acquisto del gruppo, è andata a cercare sigarette e ha trovato un paio di ghette. Mi fa: “Il vecchietto della piazza ha tutto prova a vedere per i pantaloni”.

Faccio colazione in fretta, il barista si rivela essere amico di Paolo Coelho, quello che con il suo libro tanti danni ha fatto sul cammino e vado dal vecchietto. Pantaloni ne ha un solo tipo, tessuto telone da camion ma non posso fare tanto il raffinato e poi sono di quelli che si può togliere la parte inferiore della gamba, li prendo ed esco con quelli rotti in mano. Felipe mi immortala mentre seppellisco con gli onori i vecchi in un cassonetto. All’uscita dal paese ci aspetta subito una salita non lunghissima ma duretta, un taglio netto in obliquo sulla collina, sul culmine abbiamo un primo assaggio di ciò che aspetterà nei prossimi giorni: la meseta. Il fango non è più argilloso qui è proprio creta di quella che quando sollevi la scarpa senti il risucchio, sei kilometri che sembra di percorrere con gli sci da fondo. Arriviamo a puente Fitero, piccolo ostello recuperato e gestito da una confraternita italiana, calorosa accoglienza breve spuntino e poi via. I 10 kilometri che ci separano da Boadilla del Cammino sembrano infiniti, il paese è lì in fondo alla strada dove ci sono i pioppi. Ma i pioppi non si avvicinano mai.

Felipe, che ormai mi chiama Logostico e che pronunciato da lui suona più o meno “giogisctico”, vista la mia propensione all’organizzazione, ho guida mappe  numeri di telefono e se dovesse servire ho portato anche il perfettamente inutile Tom Tom sul cellulare, mi fa presente che l’ultima chiesa di ogni tappa sembra avere le ruote, più noi camminiamo più lei si allontana. Arriviamo in paese seguendo le frecce per l’albergue, l’ingresso è la porta di una vecchia stalla. Dentro è un piccolo paradiso prato all’inglese, piscina per i piedi e via di questo passo.

Il paese come estensione è la metà del parcheggio di ieri con chiesa chiusa e rollo de justicia che dir poco e meraviglioso. Il giro turistico dura 12 minuti compresa visione di stalla e letamaio, per quanto uno si impegni non si notano presenze umane che non siano pellegrini. Unica presenza costante e meravigliosa le cicogne

25 maggio

16° giorno: Boadilla del Camino - Carrion de los Condes

Si lascia il paese senza accorgersi di averlo attraversato, gente non se ne vede in questi paesi, mai. Costeggiando un canale arriviamo in breve a Fromista, paese ricordato solo per le chiuse sul canale. Usciamo in meseta per un sentiero che scorre per alcuni kilometri parallelo alla strada costellato di cippi con la conchiglia, dà l’impressione di un cimitero di guerra, scherzando Felipe lo chiama “cemetero do pellegrino”. Entriamo in meseta e il paesaggio comincia a susseguirsi uguale a stesso come i paesi che attraversiamo: Poblacion, Revienga, Villarmentero tutti naturalmente de Campos.

Villalcazar de Sirga ci permette di vedere la prima chiesa aperta dopo giorni. Neanche la domenica le aprono. Monumento al pellegrino mangiante che sembra la pubblicità di una trattoria. Ci dicono che a Carrion, nostra meta giornaliera, oggi alle 12.30 c’è la processione del Corpus Domini con infiorata. Facendo i conti dovremmo arrivare non prima delle 14, peccato. Il sentiero e dritto come una fucilata con un infinito numero di paletti segnavia, pensandoci bene  in effetti, i cimiteri di guerra sono molto simili a questo sconfortante tratto di cammino. Poi Francisco e Felipe decidono di restare con Isabel con i suoi sandalini ed Annamaria con le sue vesciche, stanno perdendo un po’ colpi ed io con Sonia decidiamo di andare avanti e vedere di trovare posto per dormire.  Arriviamo a Carrion e come che tutto in Spagna succede dopo, anche la processione inizia dopo. Lascio Sonia di vedetta e mi fiondo al rifugio delle suore, c’è posto, pago per sei e lascio la credenziale e lo zaino, torno da Sonia che intanto ha scoperto che sono diventato ufficialmente “suo esposo” per l’ansioso vecchietto che ci ha dato informazioni e adesso non mi vede tornare. Sono quasi le 14, noi in orario, il santissimo e la processione no. Tutto ricorda le celebrazioni

patronali che si facevano fino a 40 anni fa da noi, chierichetti, bambini della comunione, baldacchino, le mariepentie, il sindaco, comandante della polizia, medico, farmacista, il maestro e poi tutto il resto del paese, 10 minuti e tutto è finito, in decine hanno lavorato tutta notte e la mattina per infiorare le strade del paese.

Gli unici a godere veramente di questa situazione sono i bambini che ingaggiano una battaglia con i fiori lanciandoseli a mò di coriandoli.

Arrivano finalmente gli altri, in mezzo a questa bolgia, cerchiamo un posto per mangiare e dobbiamo accontentarci di un magnifico ristorante che non serve menù del pellegrino.

La cena va un po’ peggio, mangiamo bene in un bar ma dobbiamo adattarci alla visione su plasma da 42′ delle corride di San Isidro, due ore di Sangue e Arena con relativo tifo da stadio.

Continua…

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26Giugno2009

Da Carrion a Hospital de Orbigo

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26 Maggio  

17° giorno: Carrion de los Condes - Terradillos de los Templarios

Ore 5.30, sveglia ,luci spente,frusci di zaini, zip, sacchetti, ci alziamo anche noi, solo alcuni “turisti” tedeschi rientrati tardi sono ancora a letto, predicano qualcosa, Sonja mi dice di stare zitto che si stanno lamentando, io per tutta risposta  li mando a quel paese in dialetto stretto, uno spagnolo si mette a ridere presumo abbia capito, loro smettono di rompere presumo abbiano capito. Usciamo dal paese nel buio e ben presto il nulla della meseta ci avvolge, in 17 kilometri solo il piccolo eremitaggio di Benevivere, solo campi, campi e campi, ben presto ognuno senza accorgersene prende il proprio passo i propri pensieri e va in solitaria avventura. E’ una giornata dedicata a se stessi, si è soli, guardi avanti indietro di lato, solo la punta delle scarpe e il rumore dei bastoncini per compagnia.

L’ambiente è a dir poco incredibile, ci si può girare a 360 gradi e tutto è uguale a se stesso, chiudendo gli occhi e piroettando su se stessi  una volta riaperti si potrebbe non capire da quale lato siamo arrivati. E’ un deserto verde. L’arrivo a Calzadilla è un sollievo psicologico più che fisico, un caffè, un boccone masticato con avidità, una sistemata allo zaino, la borraccia piena, quattro chiacchere con nuovi pellegrini, insomma il solito rituale ma mai come oggi fatto con soddisfazione, uno dei tratti più temuti è passato, nei dieci kilometri verso Terradillos il gruppo si ricompatta e si divide nuovamente, vesciche e dolori dettano il ritmo. Arriviamo al nuovo albergo all’ingresso del paese che il tempo si sta guastando, c’è più freddo di questa mattina. Dicono che in questo paese hanno trovato durante degli scavi per la costruzione della nuova strada i corpi di 200 cavalieri templari, e che la notte di San Juan si sentono i loro cavalli correre per il paese, quello che sento io in questo momento però è la grandine che sta bagnando tutto il mio bucato quasi

asciutto. Decido di fare un mega bucato ma dovrò aspettare più di tre ore per il turno alla lavadora\secadora ed  avere qualcosa di asciutto da mettermi dopo aver fatto la doccia. Piove a dirotto e decidiamo di mangiare in albergo e visto che tutti i pellegrini presenti prendono la stessa decisione la cucina entra in crisi.

La mia cena sarà un primo di minestra di lenticchie e un secondo di spaghetti al sugo. Giornata da ricordare

27 Maggio 

18° giorno: Terradillos de los Templarios - el Burgo Ranero

Dopo la bufera notturna fa freddo questa mattina. Dopo 300 metri di strada devo togliermi le scarpe, sembrano di legno, faccio il tentativo di camminare con i sandali, sono da trekking speriamo bene, 32 kilometri e non li ho mai portati per camminare veramente, se trovo fango è una tragedia.

Ma i piedi mi ringraziano subito, il tracciato corre parallelo alla strada e più in là l’autostrada, sulla prima non c’è nessuno la seconda non si sente. Mi fermo per un caffè veloce  Sahagun è un centro abbastanza grande da offrirci una sosta in pasticceria, ma il percorso del cammino taglia fuori il centro e visti i miei piedi decido di privarmi della visita culturale e subito l’andamento del percorso riprende il discorso lasciato il giorno prima.

Bercianos non è altro che un gruppo di case con un bar e va ricordato per la presenza abbondante e costante di escrementi di pecora sul cammino, di tre cani sporchi da far paura e di un signore napoletano qui residente, il suo passatempo è cercare qualche pellegrino italiano per fare due chiacchere e raccontare la storia della sua vita in tre minuti.

Gli ultimi 8 kilometri sono un tedio, il sentiero è piantumato con piccoli platani, 1 ogni 10 metri, 100 a kilometro, conto finale 700 platani alti tre metri con una media di 20 foglie ciascuno, sconfortante.

Arrivo al Burgo Ranero sfatto, i sandali mi hanno dato conforto e permesso di camminare e posso finalmente festeggiare le prime due vesciche del mio cammino di Santiago, piccole ma due sono. Dopo un maliconico avanti e indietro per il paese in cerca di posto, il che ci permette di realizzare che non c’è nulla da vedere o fare qui, troviamo posto da un affittacamere, 10 euro e acqua calda che va e che viene , una doccia a dir poco brutale! e letti da casetta dei 7 nani, dormo con la

testa contro il muro e i piedi a penzoloni. La cena è da ricordare solo per la cameriera unta e i cori fatti dopo un paio di giri di Osborne con un gruppo di irlandesi, tre su cinque in considerevole sovrappeso, che ritroviamo puntualmente ogni sera da alcuni giorni nonostante la ricorrente scommessa ” tanto oggi non ce la fanno” che ci ripetiamo fra noi alla partenza della tappa giornaliera.

28 Maggio  

19° giorno: El Burgo Ranero - Leon

Leon, città dalle mille sorprese. Oggi è il compleanno di AnnaMaria. 

Lei non lo sa, ma ad aspettarla in città c’è sua mamma e sua sorella, è una sorpresa. Noi non lo sappiamo ma in città ad aspettarci c’è un albergo a tre stelle prenotato e offerto da AnnaMaria e “Isabel” , è una sorpresa. Questa mattina non riesco a scendere le scale tanto mi fanno male le gambe, mi aiuto con la ringhiera ma è un suplizio. Poi pian pianino si vede che comincia a ricircolare qualcosa e mi riprendo, ma sarà il supplizio di più giorni a venire, dura una mezz’ora ma è pazzesco.

Leon è veramente una bella città , un dedalo di vicoli, girerò attorno alla Cattedrale e non riuscirò a vederla sembra uno scherzo ma è andata così. Quando Annamaria si ritrova davanti mamma e sorella ci guarda quasi inebetiti, io e Elisabetta sapevamo ma dovevamo far finta di niente, quando gli altri vedono l’albergo sono stupiti , io e Annamaria sapevamo ma dovevo star zitto, sono un gran palchista. Grande sorpresa, grande gioia, grande albergo. Dopo giorni con bagni e docce precari ed improbabili, un vero bagno, non avete idea che pace interiore è in grado di regalare. Unico neo, a Leon non ci sono lavanderie automatiche per cui abbiamo girato tre ore per niente.

ll centro storico è splendido, conservato e curato, anche il tracciato che entra  e attraversa la città e segnalato in modo impeccabile e diciamo anche con un “impronta” molto personale. Infine la Cattedrale, sono riuscito a trovarla e visitarla, direi che forse forse è più bella di quella tanto decantata di Burgos. E la sera la festa continua, ceniamo in un ristorantino incredibile cibo magnifico, gran torta che offriamo anche a dei pellegrini spagnoli e ad un gruppo di italiani che sono sul Cammino, ma in automobile, affascinati dal cammino e da chi lo percorre a piedi, ai quali non pareva vero di poter far domande sul cammino a dei veri

pellegrini, anche se il contesto… di questa serata non è proprio da pellegrinaggio.

Veramente questa notte è una Buona Notte. Anche se Felipe questa notte dorme in stanza con me, lui ronca e dorme io un po’ meno.

29 Maggio  

20° giorno: Leon - Hospital de Orbigo

Dura la realtà del camminante, ci risvegliamo da un sogno ma lo abbandoniamo presto, alle 6 siamo già in strada, ieri è stata una giornata speciale, oggi torniamo alla realta fatta di freddo pioggerellina fango asfalto kilometri, la festa è finita. Dopo essere usciti dalla città in direzione della Virgen del Camino, ed aver attraversato sotto e sopra una serie di svincoli decidiamo di mantenerci sul sentiero che presumiamo sia meno difficoltoso e più diretto, ma è veramente una tappa da dimenticare. La prima dozzina di kilometri sono lungo la caretera nacional 120, è da 300 kilometri che ormai ci accompagna, fino a ieri quasi deserta oggi un traffico incredibile. Piove asfalto traffico acqua asfalto camion, i kilometri sono tristi e non passano mai, i puebli sono tristi e non troviamo un bar decente per fermarci, mai.

Troviamo un bar triste verso Villadangos, è un posto da camionisti tenuto malissimo, cessi sporchi e caffè da schifo e facce veramente poco affidabili, bisogna mooolto accontentarsi, oggi la giornata va così.

Alla ripartenza da Villadangos il tempo comincia a migliorare, sbuca anche un incerto sole. Sembrava per un attimo che dovessimo abbandonare la statale ed invece riprendiamo il discorso lasciato prima del Caffè. Dopo un pò comincia anche a far caldo, dopo un altro pochino fa veramente caldo caldo, gli ultimi 3 kilometri verso Ponte de Orbigo sono insopportabili, dopo il freddo di questa mattina, non riusciamo ad abituarci, fortuna che la meseta è quasi finita. Ponte de l’Orbigo è paese carino  con un ponte medievale magnifico e albergue privato dove abbiamo prenotato, vista la lunghezza della tappa un po’ cosi così, il municipale che dopo avremo occasione di vedere era molto meglio. Quando usciamo nel pomeriggio riprende a piovere, riprende il freddo, piove tutto il pomeriggio, non c’è di meglio da fare e tento una

connessione ad internet ma non riesco neppure a leggere la posta: 1 euro buttato, i telefoni pubblici non funzionano con le tessere prepagate, in compenso ci sono tre sportelli bancomat in un paese di 900 abitanti, incredibile Spagna. Questa forse è l’ultima sera del gruppo, è un po nell’aria nessuno ne parla, ma i nostri tempi di arrivo a Santiago sono diversi  a causa dei voli per il ritorno. Domani  vediamo cosa decidiamo, questa sera siamo troppo stanchi per valutare e decidere.

Continua

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26Giugno2009

Da Hospital de Orbigo a O Cebreiro

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30 Maggio  

21 giorno:  Horspital de Orbigo - Rabanal del Camino

Partiamo presto e presto ci lasciamo. Dopo solo un kilometro Felipe non riesce più a camminare, ha una tendinite che gli impedisce di andare avanti. La cosa è improvvisa, tutti realizziamo subito che questo è forse il momento temuto degli addii.

Si creano momenti di nervosismo, poi Francisco si ferma con Felipe, andranno al pronto soccorso, in qualche modo. Anna, Sonja e il sottoscritto proseguono a piedi. Sapremo poi che chiamando il 112 sono stati prelevati da un taxi e portati fino all’ospedale di Astorga, visita medicazione e farmaci, tutto gratis, servizio ai pellegrini ci dicono. !!Tener presente!! Nonostante la guida dica diversamente ci vogliono ben 17 kilometri per arrivare nella piazza della cattedrale di Astorga, Felipe è già li, con la sua gamba fasciata, il nostro sogno di arrivare a Santiago tutti insieme si sfascia definitivamente. Per alcuni giorni Felipe dovrà proseguire in taxi, Anna e Francisco resteranno con lui, tappe brevi per Anna che deve recuperare un pò la salute dei piedi, io e Sonja abbiamo i giorni contati dobbiamo andare. Con un groppo in gola ci salutiamo, bacio Felipe, me ne vado o meglio scappo in tutta fretta dalla piazza, mi viene da piangere e piango.

Dopo un pò mi raggiunge Sonja, ha gli occhi rossi, andiamo avanti un pò senza parlare, poi kilometri riempiti di discorsi inutili, per quanto prevedibile questo addio ci ha lasciato dell’amaro in bocca. Astorga! non ti ricorderò volentieri. Per fortuna il tempo e la strada aiutano, piove non piove, sole acqua, è tutto un cava e metti, ci fermiamo a Santa Catilina, una coca ed un panino, anche una sigaretta, ci riprendiamo un pò, ma il pensiero torna sempre a Felipe ad Astorga. Al Ganso ci fermiamo dal cowboy, tipo strano in un bar strano, io sidro ed empanada Sonja pacharan e pacharan, tentiamo di scacciare la tristezza con bevande a basso tasso alcolico. Ripartiamo con il solito cava e metti, piove non piove. Quando finalmente intravediamo Rabanal  manca più di un ora di strada, abbiamo patito il freddo adesso patiamo il caldo, arriviamo sulla soglia del rifugio che Sonja e allo stremo, la salvo offrendole una coca-cola quasi calda che trovo in fondo allo zaino. L’albergue Gaucelmo e come un oasi nel deserto ci da conforto e un pò di speranza, la coppia di ospitaleri americani é di una gentilezza fantastica . Anche la cena serve a tirarci un pò su, prendiamo il famoso e famigerato “Cocido Maragato”: una cena a base di maiale lesso e verdure, con le portate al contrario cioè prima la carne poi le verdure ed infine un brodino. Consiglio: mai prenderlo la sera, la notte è dura dormire!

31 Maggio  

22° giorno: Rabanal del Camino - Molinaseca

Tappa dura oggi, saliamo alla mitica Cruz de Ferro, il punto più alto del Cammino, usciamo dall’albergue che siamo già in salita. Non molla più neanche un metro, passiamo Foncebadon, fa freddo, c’è fango, dopo due ore di molto sali e poco scendi all’improvviso ce la ritroviamo davanti. Vado a mettere un sasso ai piedi della Croce che mi sono portato dall’inizio della salita, il pensiero va a casa, quel sasso lo mettiamo tutti assieme, siete con me in questo momento. Poi dalla tasca ne tolgo un’altro, questo è per Felipe, lui non verrà qui a lasciare il suo sasso, mi ingroppo per la seconda volta in due giorni. Scendiamo  prendendo la strada, il sentiero è un fango, l’asfalto non è un bene per le gambe ma vediamo di fare il passo corto, Sonja è davanti e se tento il sorpasso mi minaccia con il bastone.

Giungiamo in breve a Manjarin, posto strano come il gestore del “vuolsidirRifugio”, degno di nota il cartello all’ingresso con le distanze stradali da varie localita nel mondo, essenziale sapere la distanza che ci separa oggi da Macchu Picchu, 9453 kilometri + o - c’è scritto!

Scendiamo in fretta a El Acebo, non ce ne importerebbe nulla se non fosse che qui dovremmo incontrare Felipe, abbiamo l’indirizzo dell’albergo, ma il posto è abbandonato e fatiscente, lo troviamo invece al bar, colazione insieme, la gamba va un po meglio ma deve stare fermo ancora due giorni. Due chiacchere un saluto un bacio e poi via strada ancora lunga oggi.

Il sentiero andando avanti diventa un po più difficile, senbra l’alveo di un torrente, sono fango e rocce 8 kilometri difficili, entriamo a Molinaseca nel primo pomeriggio, non era nei nostri piani ma decidiamo di fermarci qui, l’alberghetto privato nuovo e pulito all’uscita dal paese ci attira accoglie e disseta, dirò che anche la birra spagnola sembra oggi particolarmente buona. Il paese non offre, come già in molti altri casi,  molto da vedere o fare. Ne approfittiamo per sistemarci al meglio per i prossimi giorni riuscendo a litigare con un gruppo di brasiliane che presumiamo viaggino in taxi o autobus, visto che quasi ogni giorno quando partiamo loro sono ancora in albergo e quando arriviamo a fine tappa loro sono già piazzate. Motivo del contendere è l’uso della lavatrice, e non è la prima volta, queste arrivano belle riposate si piazzano davanti alla lavadora e secadora e per due ore non ce né per nessuno, Sonia non si fa intimorire e come vuotano la prima lavatrice ci infila la nostra roba e le lascia predicare ed imprecare.

Serata di pioggia ma a cena c’è di che consolarsi, il pulpo gallego è sempre un toccasana, ed anche una bozza di vino tinto fa buon pro.

1 Giugno  

23° giorno:  Molinaseca - Villafranca del Bierzo

In un su e giù attraverso campi e vigneti dopo un lungo giro vizioso facciamo ingresso a Ponferrada, con strada normale avremmo fatto in metà tempo. In piazza troviamo il gruppo di ciclisti pisani già incontrati ad Astorga e alla Cruz de Ferro, non si decidono a darsi una mossa, amano l’andar lento e fanno tappe lunghe come le nostre. Bel castello chiuso, bella pasticceria aperta. Dopo che come in ingresso il sentiero ci porta a fare un giro mitico di tutta la periferia di Ponferrada ci infiliamo nella campagna un po anonima del Bierzo con tanto asfalto e poco entusiasmo. Gungiamo a Cacabelos, paesino da niente in tutto. Passiamo davanti alla Pallozza La Moncloa, costruzione tipica, bottega per turisti, tanto per vedere e bere qualcosa entriamo. Riceviamo un accoglienza mitica per dei pellegrini, empanadas chorizo ciliege e vino tinto, il tutto offerto anche se sanno che non possiamo comperare nulla, nello zaino del pellegrino non c’è posto, tutto pesa e la strada da fare ancora tanta. All’uscita del paese mettiamo il naso dentro nel bel rifugio, c’è Felipe, è di buonumore sta un po’ meglio, ci offre delle ciliegie e ci racconta di aver aiutato a preparare il carro della processione con la statua della Madonna, è una processione che si fa ogni 50 anni.

Adesso la temperatura è salita ed è meglio se ci avviamo mancono ancora più di sette kilometri, asfalto e vigneti verso Villafranca del Bierzo. All’ingresso del paese una vipera sul sentiero ci fa scegliere l’albergo sbagliato, il famigerato AveFenix. Non vi farò una descrizione completa solo brevi cenni di quanto offerto dalla gloriosa famiglia Jato, una vita dedicata ai pellegrini : tremendo puzzo di urina nelle camerate, materassi con aloni strani e di vario colore che viravano dal giallo paglierino al marrone, docce miste in plen-air e CESSI con porte tipo steccato, nessuna presa elettrica, sporcizia in ogni qualsivoglia luogo si andasse a posare l’occhio e dulcis in fundo sequestrati fino all’arrivo del gestore al mattino perché il cancello e chiuso con un  cane enorme gironzola libero Il tutto per miserabili 6 euro 6.

Ti credo che quelli del paese il primo rifugio glielo hanno bruciato, è stata un’opera di bonifica. Da chiedersi come sia possibile una realtà simile nella civilissima e moderna Spagna. Andiamo a mangiare qualcosa lontano da qui che è meglio va! Il paese è anche carino e meriterebbe di essere ricordato per ben altri motivi, il castello, la chiesa e il parador. Ma non mi è possibile, mi viene in mente Jato uguale jattura.

2 Giugno 

24° giorno: Villafranca del Bierzo - O Cebreiro

Una volta aperti i cancelli di questa colonia penale fuggiamo da Villafranca, per non sbagliare la tolgo dalla toponomastica del cammino, qui se dovesse esserci come spero un ancora, mai più, giuro. Attraversiamo un bel ponte che sta albeggiando, la tappa di oggi è lunga e difficile, attraversiamo Pereje, Trabadelo, Portela tutti paesini lungo la strada che ci danno supporto logistico-alimentare , il sentiero in certi momenti è schiacciato tra la strada e l’autostrada, ci salvano dei meravigliosi blocchi di cemento tipo New Jersey. Solo prima di Vega de Valcarce abbandoniamo questo incubo ed entriamo in una stradina che attraversa un castagneto, qui incrociamo Peter che ci obbliga a degustare una birra, sara l’ultimo incontro con lui. La birra ci mette appetito così camminando e mangiando non ci accorgiamo del bivio di Herrerias, alcuni pellegrini davanti si fermano ad un bar, uno ci sorpassa e va e noi su per la strada, al secondo peublo con i dubbi di Sonja ed io che non ricordo mai di aver visto il nome su nessuna mappa mi fermo e controllo. Già la notte era stata allucinante, la prima parte della tappa uno schifo di strada e adesso sbagliamo pure percorso… va a finire che mi prende il nervoso per usare un eufemismo.

Siamo sulla strada dei ciclisti, abbiamo camminato per un ora ma ci conviene a questo punto  comunque tornare indietro. Mettiamo i piedi a mollo in un abbeveratoio per gli animali, sappiamo già che queste due ore in più le pagheremo un po’ prima di arrivare a O Cebreiro. Riprendiamo il cammino e scendiamo lungo la strada e con il morale , eravamo partiti così bene questa mattina nonstante tutto, recuperiamo il sentiero giusto ma ci prende una crisi da fame e comincia la salita dura. Dopo un ora siamo alla Faba, crisi nera, c’è un bar, cocacola panino cocacola, non riesco a mandare giù il pane, mi riprendo un pò ma gli ultimi sei kilometri non finiscono mai.

Anche perchè entriamo in Galizia e comincia lo stillicidio delle colonnine ogni 500 metri che ti ricordano con un gusto un pò perverso quanto manca a Santiago. E’ pomeriggio avanzato quando arriviamo a O Cebreiro, ci ritroviamo nel bel mezzo di un set cinematografico, c’è casino, tanto e ci impediscono anche di attraversare le strade. Poi finalmente in albergo. Inizia a piovere e torna un po’ di normalità, tutto torna normale. Dopo un breve giro approfittando di una schiarita, andiamo a mangiare alla Venta Celta, bel localino, bella musica, mangiamo bene e ci torna anche il buonumore. La giornata che ci aspetta domani non potrà di certo essere peggio di questa. Devo dire  che per l’esperienza di oggi la Galizia mi piace di più a tavola.

Continua

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26Giugno2009

Da O Cebreiro ad Arzua

Scritto da Paolo nella categoria: Le mie Tappe. |

3 Giugno  

25° giorno: O Cebreiro - Samos

Mattina di freddo e nebbia, pensavamo di scendere invece siamo ancora in salita, nella nebbia che bagna come piovesse ci fermiamo subito dopo l’Alto de San Roque a Hospital de Condesa per una calda colazione. Quando rimettiamo fuori il naso la situazione è quasi peggio passiamo prima e poi l’Alto del Poio, siamo ai primi di novembre penso, non si vede niente, poi pian pianino si scende, una discesa costante in un ambiente scarsamente popolato con la sola presenza costante di odore di escrementi di mucca, passiamo quelli che sembrano allevamenti più che paesini Fonfria, Obiduedo, Filoval. Poi il nulla, campagna colline e cacca di mucca. Attraversiamo Pasantes e Ramil, con i loro boschi di castagni alcuni dei quali clamorosamente  imponenti, ci facciamo anche delle foto.

Siamo a Triacastela intorno a mezzogiorno, giusto il tempo per la solita cocacola ed un paninetto da 35 centimetri e  poi via, dobbiamo arrivare a Samos, vediamo se riusciamo ad arrivare in tempo per la visita del monastero. Sono 10 kilometri di asfalto duro, adesso è sole asfalto e sole. Poco prima del paesino di Lastres Sonja è in crisi nera, è stanca e i suoi piedi urlano. Si mette quasi a piangere, si ferma sul ciglio della strada, supplicandola riesco a farla arrivare ad un gruppetto di case, trovo un tubo dell’acqua incustodito, si toglie le scarpe e mette i piedi in ammollo. Un sammaritano de Espana che fa la nostra strada le offre una pomata che credo non passerebbe i test antidoping, i piedi di Sonja rinascono. Gli ultimi cinque kilometri li facciamo di corsa, Sonja non c’è più con la testa e teme svanisca l’effetto doping, io ho 3 metri di lingua fuori, meno di un ora e siamo al rifugio, situazione al limite del praticabile ma almeno non c’è la puzza dell’AveFenix. La visita del monastero è prevista tra un paio d’ore abbiamo tutto il tempo di fare pulizie e ristorarci. Sonia dopo la doccia e una birra sembra un’altra persona. Mi aspettavo qualcosa di

meglio dalla visita, il monastero, ricostruito dopo un furioso incendio, non ha niente dell’antico splendore ed anche i cicli pittorici sono a dir poco angoscianti. La cena è l’unico premio di questa giornata, la stanchezza dopo tre settimane comincia ad affiorare sempre più prepotentemente.

4 Giugno  

26° giorno: Samos - Portomarin

Quando ci svegliamo abbiamo la triste sorpresa, i piedi fanno molto male il ginocchio pure, abbiamo un pò forzato questi ultimi giorni,e decidiamo di prendere un bus fino al primo paese, li c’è una  farmacia e la pomata del doping del pellegrino. Guida un pò allegra dell’autista, mi viene fatto gentilmente notare da altri pellegrini che davanti vicino all’autsta sono nel posto della suocera. Tocco ferro e arriviamo a Sarria in meno di 20 minuti, una dozzina di kilometri di curve in meno di 20 minuti …è un pazzo! A Sarria trovata la farmacia, razione di doping e doppia razione di colazione e poi via, salutiamo questo paese con unico ricordo il cimitero cui passiamo davanti con il sentiero del Cammino, null’altro abbiamo e potuto vedere. In breve siamo ancora una volta dentro a boschi di castagni , paesini sparsi soliti odori soliti umori, le gambe tengono l’anestetico-doping anche. Avanti.

Dopo una decina di kilometri prima di Morgane c’è la colonnina dei 100 kilometri, foto di rito adesso inizia la vera discesa verso Santiago. Subito dopo al villaggio di Ferreiros mi ordino un cafè con leche e tartasantiago, la Sonja prima schifa l’idea e poi mi fuma la fetta di torta, pazienza era l’ultima. Riprendiamo un pò rinfrancati e un pò dopati con il continuo su e giù per i monti della Galizia, 100 metri in piano non ci sono più neanche a pagarli, paesino dopo paesino intravediamo in lontananza Portomarin, ma proprio in lontananza perchè la strada sembra prendere giri strani, sembra girare dalla parte opposta ed infine si butta giù, dalla parte sbagliata, un’anziano ci chiama da un cortile e a motti e gesti ci fa tornare sui nostri passi. E a questo punto quello che ci mancava era una  bella discesa ripida. Detto fatto l’ultimo kilometro è sempre il peggiore, luogo comune con fondamento di verità. Dopo aver attraversato una lunga passerella sul lago facciamo ingresso in paese con scala tipo piramide Maja, con indosso una sensazione da rito sacrificale. Penso che potrebbero prendersi, le gambe tanto non le sento più. Il Rifugio Ferramenteiros, in posizione invidiabile con vista lago è bello, organizzato, pulito c’è anche internet vedi mai che stasera…., passiamo davanti alla cucina un occhiata e decidiamo che questa sera è PastaPartyDay, basta un occhiata tra me e Sonja ed è tutto deciso. Sarà mezzo kilo in due. Fu mezzo kilo in due! Questa notte sono sicuro che recupero e mi passano i dolori!

5 Giugno  

27° giorno: Portomarin - Ponte Campaña

Partiamo bene, la giornata promette bene, le gambe girano dal verso giusto, la pastasciutta ha dato i suoi risultati. L’ambiente continua ad essere agreste ma gli odori cambiano, dai bovini ai suini, sempre peggio. Non c’e gente, non ci sono rumori, mi diletto in qualche foto fiori pecore fiori cruceiri e horreos, piccoli fabbricati deposito di mais. Facciamo fatica anche a trovare da bere un caffè, arriviamo a Palais del Rei prima delle una,  dovremmo fermarci qui per la notte, ma la pulperia 100 metri avanti richiama la nostra attenzione e noi gliela rivolgiamo volentieri. Bel piatto e boccale di sidro. Divino. Guardiamo le mappe, alberghetto 6 kilometri avanti, colpo di telefono, c’è posto gambe a posto pancia a posto si và! Subito fuori il paese attraversiamo una bella zona umida con passerelle di pietra per attraversare gli stagni.

Arriviamo intorno alle tre, l’alberghetto è un gioiellino in mezzo al verde, è un mezzo museo agricolo, 16 posti 16, unico segno di vita le mucche al pascolo. Rilassamento devastante, mi trovo una sedia all’ombra ci resto due ore, non sento neppure tutte le storie che spara una prof padovana senza soluzione di continuità , i miei monosillabi non la scoraggiano, Sonja si è già rifugiata nella Germania est vicino a Magdeburgo. Vado ad informarmi per la cena, ore 19.30 chi ha fame si faccia trovare a tavola, non riesco ad estorcere ulteriori informazioni. Ma non mi preoccupo il pulpo di oggi mi ha già messo in pace con il mondo. Che mi può capitare penso………caldo gallego e zuppa de lentejas, costine in umido e pollo alla brace, insalata mista e torta, vino tinto e vino blanco per brindare al compleanno di una spagnola del gruppo e poi …..la Queimada. Dico solo che il tipo dell’albergue prepara un beverone e poi se ne esce vestito da druido, chiude porte e finestre da fuoco al beverone e poi comincia a recitare una formula strana, “la congiura della queimada”. In cucina ridono come i pazzi, getta parte del beverone infuocato sulle pareti del locale, mi viene da pensare che per passare la notte all’aperto potrebbe esserci ancora fresco. La spagnola poi ci dice che la tiritera altro non era che un lungo sproloquio infarcito di insulti nei confronti degli animali della fattoria e le streghe. Vino tinto, vino blanco e quemada fanno il loro effetto sulle nostre menti ma per fortuna il tempo è poco e ci si ferma ai canti regionali prima di iniziare devastanti discussioni di politica. Buonanotte.

6 Giugno  

28° giorno: Ponte Campaña - Arzua

Dopo una colazione che ci lascia un ulteriore buon ricordo, partiamo,  sapendo di aver trascorso una giornata indimenticabile nel miglior albergo del cammino, difficilmente ne incontreremo un altro così. Partiamo tranquilli tanto oggi sono solo una ventina di kilometri. Sentiero tranquillo, paesini tranquilli, si passa Leboiero, si passa Furuelos e troviamo la prima chiesa aperta con presenza di prete per giunta, strano, e c’è un crocifisso strano con un braccio a penzolon, ci spiega il sacerdote che è nel intento di raccogliere i peccati del mondo, c’è che perdo in chiesa il secondo cappello di questo camino. Se ne accorge Sonja dopo un paio di kilometri.

Non torno certo indietro, siamo al culmine di una salita e dopo tutti questi giorni di cammino non ho le forze per inutili varianti. Passiamo Melide, il tempo di fare una foto alla pulperia più famosa del cammino, è chiusa, sono le nove del mattino non è certo orario da spuntini piccanti. Poco dopo l’incubo patavino si rimaterializza, Sonja va in fuga sulla prima salita, io perdo la ruota e mi becco un ora di tormento con l’eloquio torrenziale della prof. Appena scolliniamo ne approfitto di un momento di distrazione e mi involo, raggiungo di corsa Sonja, chiediamo asilo ad un bar, l’incubo transita e noi ci concediamo una gran sosta con coca-cola e pomata doping per i piedi che fumano dopo lo sforzo improvviso e imprevisto, facciamo le cose in grande.

Il paesino che incontriamo subito dopo, Rabaiso do Baixo, è la meta di quasi tutti quelli che abbiamo incontrato oggi, ci parlano di questo albergue in riva al fiume come di un paradiso, noi proseguiamo dritti senza alzare lo sguardo fino ad Arzua per non farci incantare. Arriviamo ad Arzua, ci troviamo un posto all’alberghetto Da Fonte, bello pulito e tranquillo, con camerette da quattro. Questa sera cena autogestita, insalata mista e bistecche ai ferri,  pane e vino quanto basta.

Facciamo la spesa e una sosta nella piazza per una birra. Incotriamo molti pellegrini che non hanno trovato posto nel paesino precedente. Dopo cena facciamo quattro chiacchere con dei coreani e poi via a nanna.

Continua

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26Giugno2009

Da Arzua a Santiago de Compostela…… e poi a Finisterre

Scritto da Paolo nella categoria: Le mie Tappe. |

7 Giugno  

29° giorno: Arzua - Monte di Gozo

E’ l’ultimo giorno di vero cammino, se non ci sono intoppi questa sera siamo a Santiago. 35 kilometri, il cielo e limpido , farà caldo. Il sole inizia ad illuminare le cime degli eucalipti che siamo già in aperta campagna, il silenzio è totale. Parliamo poco, c’è un pò di malinconia , il pensiero và ai giorni trascorsi, alla fatica, ai dolori, ai luoghi, alle risate, al vino tinto, al cafè con leche, alla pioggia, alle tortillas, al fango, agli amici, alle persone viste una sola volta, alle salite, alle chiese chiuse, alle telefonate a casa, alle migliaia di frecce gialle cercate ed inseguite con ostinazione, tutto torna in mente e i pensieri si accavallano e corrono più veloci dei nostri passi. Attraversiamo paesi e contrade, sentieri e campi, terra ed asfalto senza sentirli, non è un giorno di cammino come gli altri. Non riesco a sentire la soddisfazione o la gioia dell’esser riuscito a realizzare un sogno a lungo coltivato. E’ più la consapevolezza che ora sarà solo un ricordo, magnifico per come è stato ma solo un ricordo da conservare nel cassetto della memoria delle cose belle che la vita mi ha riservato.

Il percorso si snoda in questo clima, diciamo forse un po’ troppo mesto, dopo 5 kilometri colazione dopo 11 kilometri coca-cola. Dovremmo fermarci al 20 kilometro circa, a Pedrouzo per mangiare qualcosa, ma immersi nei nostri pensieri e con le indicazioni che per la prima volta saltano un centro abitato ci ritroviamo su una salita assolata e polverosa. La fame e la sete ci prendono al culmine della salita, ci sediamo fuori dal sentiero con vista su magnifici scavi da urbanizzazione che devastano la collina sopra Lavacolla, posto più triste nel cammino non c’è. Troviamo qualcosa con cui cibarci dispersa nelle tasche dello zaino, mi tolgo le scarpe e prima di ripartire le lascio su una colonnina del sentiero, sono rotte e con le suole lisce ma hanno fatto un lavoro eccezzzzionale, le lascio come si lascia un caro amico.

A Lavacolla sfiniti ci depositiamo sulle sedie di un bar, ci vogliono 15 minuti buoni prima di trovare le forze per entrare ed ordinare qualcosa da mangiare. L’arrivo a Monte di Gozo nel primo pomeriggio è una liberazione, a Santiago andiamo domani mattina, puliti riposati e forse con una predisposizione d’animo migliore.

8 Giugno   

30° giorno: Monte di Gozo - Santiago

Ci alziamo con tutta la calma possibile, si va SOLO a Santiago oggi! Il coronamento di un sogno che si materializza.

Ci avviamo senza  lo zaino, sembra di volare, osserviamo altri pellegrini, sembrano camminare alla moviola, in meno di un ora ci ritroviamo in fronte alla cattedrale nella Praza de Obradorio, sembra la cosa più bella mai vista, sono felice e triste, uno stato d’animo contrastato e confuso. Andiamo all’ Accoglienza del Pellegrino, coda ma dopo un pò ho in mano la mia Compostela, adesso lo posso ammettere tranquillamente: è stata dura. Non la mollo più fino all’arrivo a Verona. Torniamo in piazza e riesco a farmi vedere sulla webcam in internet, da casa mi dicono che sono alto solo tre millimetri, ma alla fine vengo vengo identificato. Siamo in cattedrale un’ora prima dell’inizio della messa, fatichiamo già a trovare posto. Alle dodici è un muro di gente. Cerimonia suggestiva con saluto a tutti i pellegrini presenti e rito del Botafumeiro, incredibile.

Nel pomeriggio tentiamo la sorte all’aeroporto in cerca di un volo per Sonja, a parte un tentativo di estorsione, 1100 euro per un Compostela Venezia, non otteniamo altro, ritenteremo domani all’ufficio del pellegrino, speriamo con miglior fortuna.

Facciamo un pò di shopping del pellegrino e poi appuntamento in piazza con i compagni di viaggio, il Mario, Luigi e Pasquale, Manuel, Dino e Jasmina, e poi stanno arrivando Anchel, Annamaria e Felipe che dopo giorni di sofferenza hanno recuperato forze e spirito. E’ una festa, baci abbracci parole saluti foto poi tutti a mangiare in compagnia, siamo in 18 alla fine e non ricordo tutti i nomi, ma siamo in tanti e non ci sono tutti quelli che ho incontrato e con cui ho condiviso momenti di questo cammino. Gran Serata, alle 22.30 scappiamo a prendere l’ultimo autobus per Monte di Gozo, non ho proprio voglia di fare gli ultimi 5 kilometri di questo Cammino a piedi.

9 Giugno 

31° giorno: Finisterre

A Finisterre avrei voluto aver il tempo di andarci a piedi ma i giorni sono terminati, domani si rientra a casa.

Giornata da Turistas, oggi tocca a noi. Manuel l’ospitalero di Monte di Gozo ci trova posto su un pulmino\taxi abusivo, anche in Spagna ci si arrangia, con meta finale Finisterre.

Alle 9 in punto partiamo e in poco più di un ora siamo in vista di Finisterre, il viaggio ci viene allietato dall’autista ex giornalista anarco-insurezzionalista-ecologista-indipendentista, che ci racconta tutti i misfatti di Galiza e di Spagna degli ultimi trentanni, exxon-valdes compresa. Ci fermiamo in una spiaggetta, mi pare di ricordare si chiamasse Sardinero ed abbiamo la soddisfazione di immergere i piedi direttamente nella mitica corrente del golfo atlantica, ci mettiamo anche a raccogliere le conchiglie come i bambini il primo giorno al mare. Dopo una mezzoretta ripartiamo con meta il promontorio e faro di Fisterra.

Lasciato il pulmino scendiamo verso la punta estrema dell’Europa, come da rituale bruciamo qualcosa, il mio marsupio, le calze di Sonja. Un tedesco non trova di meglio che togliersi le sue e bruciarle, non aveva pensato di portarsene un paio di vecchie. L’immagine che abbiamo davanti agli occhi e di una vastità impressionante, solo blu del mare che si confonde con l’azzurro del cielo e silenzio. Immagino lo stupore di quei pellegrini che nel medioevo dopo mesi di fatiche e sacrifici avevano la buona sorte di giungere fin qui.

Arriva velocemente mezzogiorno, e i nostri bioritmi ancora fasati sul Cammino ci impongono una sosta gastronomica per il classico spuntno di metà tappa. Troviamo un localino sul lungo mare con un cartello molto rustico  che dice “sardine fresche”, entriamo e ci troviamo in una tipica osteria come si potevano trovare 40 anni fa nei nostri paesi di campagna. Ci ordiniamo un piatto di calamari e delle sardine, la signora ci dice minimo due, noi diciamo sei, quella ci guarda perplessa . Quando ci serve capiamo il perché, qui le sardine sono quasi trote, ma non ci scoraggiamo e con un bicchiere di sidro dopo neanche 10 minuti non restano che lische e squame. Mitichei.

Nel pomeriggio al rientro scendiamo alla Cattedrale e ci rivolgiamo all’ufficio del pellegrino per il rientro di Sonja, lo stesso volo del giorno prima - il tentativo di estorsione da 1100 euro - ci viene offerto a 280 euro, meno  di un quarto, pazzesco, neppure l’impiegata si spiega questa differenza, la risposta non ci sarà mai data. Ultimi acquisti, sperando di non dimenticare nessuno visto che anche i soldi sono finiti. Torniamo al Monte di Gozo , ultima notte in terra di Spagna.

10 Giugno  

32° giorno: Il rientro

Sonja parte molto presto, la saluto nel sonno che sono ancora più di là che di quà. Potrei anche prendermela comoda ma alle 8.30 sono già fuori dall’albergue e mi dirigo non molto entusiasta alla fermata del bus per l’aeroporto. Arrivo abbastanza in anticipo e nella hall trovo Felipe che è venuto a cambiare il biglietto di rientro per il Brasile, anticipa anche lui di qualche giorno, sente la saudade della sua famiglia e … della polenta fritta. Prendiamo l’ultimo cortado insieme, un grosso abbraccio prima di vederlo andare per l’ultima volta, ci scriveremo ce lo siamo promessi. E’ stato il primo incontro a Roncisvalle, l’ultimo a Santiago. Ciao Felipe arrivederci, forse, spero.

Prendo i miei aerei, passo le mie ore tra un sala d’aspetto e i Duty-free tra un check-in e uno Starbucks ( p.s: il caffè più schifoso e caro della mia vita), parto da Londra con un pò di ritardo. Arrivo a Bergamo che è tarda sera e trovo Paola e la zia Ale che mi aspettano, con un cartello di bentornato che quasi quasi torno indietro per non farmi riconoscere, sono due fuori di testa, ma sono felice che ci siano. Mezzanotte meno due minuti e sono a casa, la trovo invasa da palloncini, figli mezzi addormentati e amici in festa. Non me lo aspettavo, le due agate non si sono tradite durante il viaggio. Baci e abbracci, mi chiedono come va, Forrest Gump avrebbe risposto “Sono un po stanchino”.

Devo ringraziare Paola, Giacomo e Zeno, ovvero la mia famiglia che mi ha dato la possibilità di coronare un sogno a lungo cullato, la Zia Ale, Robi e la Chiara per aver sostenuto me e mia moglie in questo periodo, tutte le persone che ho incontrato nel percorso in particolar modo Sonja Annamaria Elisabetta Felipe e Francisco, un saluto a Toni di Amburgo, Peter di Kufstein, Dino e Jasmina di Torino, Mario Luigi Gianni e Pasquale di Belluno, Totorre e suoi amici di Nuoro. Un grazie a Federico per avermi permesso di avere il tempo di fare e a Gianfranco che ha fatto anche per me.

A tutti un augurio per la vita : Buen Camino! 

 

 

 

 

 

 

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4Aprile2008

Curiosità e Leggende

Scritto da Paolo nella categoria: Camino de Santiago/Curiosarte. |

Molinaseca, con il santuario della Madonna delle Angosce all’ingresso, dalle cui porte i fedeli e i mietitori galiziani tagliavano una scheggia (abitudine prolungata dai pellegrini) all’andata, e, al ritorno, gettavano attraverso la grata le roncole con le quali avevano lavorato. Dopo aver attraversato il ponte, si entra in un lunga e blasonata via Real, per la cui pulizia esiste una piccola presa che travasa l’acqua pulita del fiume Miruelos, in questa zona lastricata. Questo sistema medievale, che esistette anche a Puente la Reina della Navarra, continua ad essere utilizzato a Molinaseca il 15 agosto, l’ultima delle sue feste patronali. La chiesa parrocchiale è dedicata a San Nicola.

Ponferrada non ha più il ponte di granito rinforzato mediante barre di ferro fatto costruire dal vescovo Osmundo e dette il nome (Pons – ferrata) alla città. La bagna il fiume Sil (“il Miño porta la fama ed il Sil l’acqua”) e la protegge il maestoso castello templare. Questi, costruito nel 1178, è di un’armonica bellezza che sorprende in modo piacevole il visitatore e possiede una serie di caratteristiche che hanno attirato l’attenzione degli studiosi del Tempio e che cominciano per le sue dimensioni, smisurate per un piccolo villaggio, inoltre molto lontano dai fronti di guerra. In lui concorrono vari dei Segni di Riconoscimento che appaiono nei luoghi che hanno un importante deposito spirituale. Così, la tripla muraglia (ricordo del tre voti dei cavalieri), la Rosa degli iniziati sulla porta d’entrata, il Bafomet, e il Tau. Inoltre, le dodici torri dell’antica fortezza imitano la forma schematica dalle dodici costellazioni o simboli zodiacali: fatto del quale, a base di complicate operazioni astronomiche – cabalistiche, l’erudito Luis San Juan ottiene la seguente frase, scritta, secondo lui, sulla struttura dell’edificio come messaggio agli iniziati: “Nel tassello che c’è nella g della città cava, si esce all’entrata del grande segreto”.

Carlo Magno,Roncesvalles e Roldan. Il 15 agosto dell’anno 778, la retroguardia dell’esercito carolingio – di ritorno da una spedizione a Saragozza e dopo aver smantellato le mura di Pamplona – viene attaccata e sconfitta dai vasconi nelle gole di Roncesvalles. Questo avvenimento (la prima sconfitta del grande Carlo Magno) commuove la nazione francese. Poi distorta, mitizzata e trasformata in epopea epica dalla Chançon di Roland, quella sconfitta è diventata la leggenda più popolare dell’Occidente. Qui la trova riassunta: Carlo Magno, che attende la sottomissione di Saragozza, riceve gli emissari del re della città, Marsil, con offerte di pace e, in risposta, inviò Ganelón, patrigno di Roldán. Questo si allea con Marsil e pianifica un tradimento contro Carlo Magno per vendicarsi del suo figliastro Roldán, al quale odia.
Al ritorno da Canelón, viene deciso che la truppa cristiana ritorni in Francia. Carlo Magno consegna a Roldán lo stendardo che lo accredita come capo della retroguardia. Quando questa attraversa Roncesvalles, i mori attaccano di sorpresa e l’arcivescovo Turpín benedice il suo esercito: “Se morirete, sarete santi martiri e troverete posto in paradiso”.
La battaglia è sfavorevole alle truppe francesi: alla fine, resistono solo l’arcivescovo Turpín, il valoroso Roldán e i prudenti Oliveros (o, in altre versioni, Gualter dell’Hum). Allora Roldán decide di suonare il suo olifante chiedendo aiuto. Troppo tardi, Carlo Magno, che è lontano, comprende il messaggio di quella chiamata. Il traditore Ganelón gli tranquillizza e tratta di dissuadergli di tornare. I mori uccidono Oliveros e Turpín. Roldán, sentendo molto vicina l’ora della morte, tenta di spezzare la sua spada Durandart (che possiede, tra le altre reliquie, un dente di San Pietro incassato sull’impugnatura) contro una roccia, ma è la roccia quella che si fende. Quando alla fine muore, con il capo rovesciato verso la Spagna, Dio trasporta la sua anima al cielo. Carlo Magno torna ed insegue l’esercito nemico fino ad annientarlo (Dio lo aiuta fermando il sole per allungare la durata della giornata). Poi, per vendetta, sconfigge in una singolare battaglia l’emiro di Babilonia, Baligan, dinanzi alle porte di Saragozza. Marsil, ferito, muore anch’esso. Saragozza si arrende e la moglie di Marsil, la regina Bramimonda, si trasferisce in Francia, dove viene battezzata con il nome di Giuliana.

Villamayor de Monjardin Quando Carlo Magno, nella sua avanzata verso il sud attraverso il Cammino di Santiago, arrivò in prossimità del monte Garzini (Monjardín), seppe che un capo navarrese – Furro o Furré – voleva intraprendere una battaglia contro di lui.
Prima di entrare in combattimento, Carlo Magno chiese a Dio un segnale che annunciasse quali dei suoi soldati periranno in battaglia e, alla sua richiesta, il cielo rispose dipingendo di rosso una croce sulle armi di centocinquanta dei guerrieri francesi. Compassionevole com’era il francese, li appartò dalla lizza lasciandoli nascosti nel padiglione reale. Sconfitti e morti, naturalmente, Furro e i suoi tremila navarresi, la truppa carolingia ritornò nell’accampamento, trovando i cadaveri dei centocinquanta soldati. 

Santo Domingo de la Calzada, dove cantò la gallina asada (arrostita).
Di fronte al sepolcro, il celebre pollaio che mostra in un balcone un gallo ed una gallina vivi, ricordo del famoso miracolo che Aymeric Picaud situa a Toulouse e che accade agli inizi del secolo XV, e lo storico Huidobro lo narra così: “Una famiglia tedesca di Santu, vicino a Wesel e Res, nell’arcivescovado di Colonia, decise, in virtù di una promessa, di andare in pellegrinaggio a Compostela, accompagnata da un figlio, un bel giovine. Essendo tappa del Cammino, e dinanzi alla fama dei miracoli del glorioso sepolcro, vi sostarono e visitarono la chiesa, pregando molto devotamente davanti al sepolcro. Stanchi del viaggio, trovarono una locanda, dove rimasero due giorni: la figlia dell’oste, ciecamente innamorata del giovane pellegrino, gli rivolse il suo amore, però lui lo respinse. Lei cambiò l’amore in vendetta, e prendendo una tazza d’argento la introdusse segretamente nella valigia del pellegrino, mentre questi dormiva”.
Durante l’itinerario, la giustizia trova la tazza d’argento e il giovane viene condannato alla forca. I genitori arrivano fino a Compostela e pregano per loro figlio davanti a Santiago. Al loro ritorno, lo trovano ancora appeso ma vivo per l’intercessione dell’apostolo. Quando vanno a raccontare il miracolo al giudice, questi sul punto di mangiare due volatili (si presume che fosse un gallo e una gallina) dice: “Tuo figlio è vivo come questi volatili che vedi qui sul piatto”, l’istante in cui gli uccelli “saltarono dal piatto e cantarono”. 
 
La pietosa leggenda di San Giullen e Santa Felicia Lasciando alle spalle Eunate, il cammino trascorre tangente alla località di Obanos, dove è imprescindibile evocare la leggenda di Guillén e Felicia. Felicia e suo fratello Guillén – successore del poderoso ducato di Aquitania – vivono agiati e in modo confortevole nei loro ricchi domini. Un giorno, lei decide di peregrinare a Compostela, seguendo un rito profondamente radicato nella sua famiglia dacché Guillermo X trascorre gli ultimi giorni della sua vita a Santiago, un 9 di aprile – Venerdì Santo – del 1137. Al suo ritorno, toccata dalla poderosa influenza dell’apostolo, congeda il suo seguito e rimane, servendo come domestica, giovane da lavoro, ad Amocáin. Suo fratello, appena lo seppe, parte alla sua ricerca e le chiese di ritornare al suo paese, dove le attendono un buon compromesso matrimoniale ed un’esistenza regale. Lei non vuole e lui, in un momento di collera, la sgozza. I cani le leccano il suo sangue. Pentito davanti al suo crimine, seppellisce sua sorella e in abito da pellegrino, percorre il Cammino di Santiago alla ricerca del perdono. Di ritorno, vede la cima di Arnotegui e decide di costruire un’eremita e rinchiudersi in essa, lavorando e pregando, fino alla sua morte. Felicia, seppellita ad Amocáin, sorge con la sua bara al campo come un germoglio. Poi, a cavallo in una mula bianca, viene esaudito il suo desiderio di essere sepolta a Labiano. Lì rimane il suo corpicino illibato curando i dolori di testa di paesani e forestieri. Questa leggenda prende corpo letterario nella sacra rappresentazione che, con il nome di Mistero di Obanos, si rappresenta nella citata località fin dal 1962 e che ritorna ad ogni anno Compostellano.
 
Viana e Cesare Borgia. Cesare Borgia, la cui biografia tanto interessò Nicola Macchiavelli, e la cui aureola avventuriera e libertina oltrepassò tutte le frontiere, unisce il suo nome a quello della Navarra dal 1491 quando, a 16 anni, venne nominato vescovo di Pamplona. Destinato ad essere Papa (o Cesare), trascorre la sua vita tra lo studio, i colpi di fortuna e la diplomazia vaticana. È principe. Guerriero. A 19 anni, cardinale. A 22, generale degli eserciti della Chiesa. A 24 anni (1499) si sposa, a Blois con Carlota d’Albret.
Morto suo padre, il papa Alessandro VI (1503), i colpi di sfortuna lo portano a Roma e a Napoli, da Napoli alla torre della Mota, di prigione in prigione. Nel 1506 fugge in Navarra, in piena guerra civile. Nel 1507, suo cognato il re Giovanni d’Albret lo nomina vice sergente d’artiglieria della Navarra e capitano generale degli eserciti. Il 12 marzo dello stesso anno, in una sfortunata scaramuccia contro il conte di Lerín, Cesare Borgia muore nel campo de la Verdad, nelle vicinanze di Viana, dove sarà sepolto. Aveva 32 anni.   
 
Montes de Oca. Il nome di Oca mette in relazione questi monti con quel simbolo così utilizzato dai costruttori medievali, la zampa d’oca, e con lo stesso e mitico animale. Lo vedremo spesso lungo il Cammino in modi diversi. C’è chi assicura che il popolare gioco dell’Oca, con la sua sequenza di oche e ponti, e la sua forma di labirinto, è una ripetizione schematica del cammino verso Compostela e che, forse, furono gli scalpellatori i loro inventori e popolizzatori.  
 
Compostela. La cattedrale di Santiago contiene, sia nel tracciato che nella pianta, una serie di singolari caratteristiche all’interno del romanico di quella che è denominata arte dalle peregrinazioni: grandi chiese o basiliche, con volta a botte su archi sporgenti nella navata centrale e volte a crociera nei laterali; chiese alle quali s’incorpora, come elemento architettonico rivoluzionario, l’absidiola. Questa struttura è stata approntata per accogliere grandi moltitudini che deambulano all’interno della chiesa senza disturbare le funzioni liturgiche della navata centrale, e agevola la circolazione per la visita delle varie reliquie situate nelle diverse cappelle dell’absidiola. Assieme a queste caratteristiche, appare il triforio, con le sue gallerie sovrapposte alle navate laterali, che circonda tutta la cattedrale. Almeno cinque chiese si includono in questo complesso: San Martín di Tours, San Marcial di Limoges, San Sernin di Toulouse, Santa Fe di Conques, e la più perfetta di tutte, Santiago di Compostela.
È così grande era l’affluenza di pellegrini che si dovette inventare – come lenitivo dell’odore delle pietose folle – l’incensiere. L’incensiere attuale (che sostituí nel 1851 quello portato via Napoleone, del 1544, e lavorato in argento) è, ora, solo elemento decorativo o attrazione turistica che si può vedere in funzionamento nelle grandi solennità e tutte le domeniche dell’Anno Santo. Misura 1,5 metri di altezza e pesa attorno ai 50 chili. Mediante una serie di corde e pulegge, sette uomini (i tiraboleiros) lo fanno oscillare a modo di pendolo da uno ad un altro braccio della navata minore (nel 1499 si staccò e uscì dalla porta delle Platerías, era presente la principessa Catalina di Aragona). Per fermarlo, uno dei tiboleiros saltò su di lui. Già esisteva nel secolo XIV; come esisterono altri turibuli magni nelle cattedrali di Zamora, Ourense e Tui.

Le Cento Donzelle. Narra la leggenda che nei tempi del mitico re Mauregato, i conquistatori saraceni impongono ai cristiani l’obbligo di consegnare loro ogni anno un tributo di cento donzelle.
Si doveva in tutto questo di Almanzor dare
cento donzelle belle da maritare,
si doveva per Castiglia ciascuna cercare,
si doveva adempiere, è ciò ci faceva rattristare.
 
Narra con grazioso anacronismo il Poema di Fernán González. Questo tributo si mantiene fino al regno di Ramiro I, colui che nega che venga soddisfatto, ciò scatena un’accanita guerra che sbocca la battaglia decisiva nelle campagne “clavijanas”. In quel momento con le truppe cristiane soccombendo, appare l’apostolo Santiago sul suo bianco destriere: brandisce un’accecante spada con la quale carica contro la moltitudine di mori e consegue decantare la sorte dal lato della Croce. Corre il giorno 23 del mese di maggio dell’anno 844 del Signore.

IL MONASTERO DI SANT’ANTONIO. IL MISTERIOSO ORDINE DEGLI ANTONIANI. I cittadini nordici e centroeuropei, attaccati in modo crudele ed endemico dal morbo del fuoco di Sant’Antonio, accorrono  nei pellegrinaggi moltitudinari verso Compostela. Lungo il tragitto, chiedono ai chierici antoniani che mitighino il male delle loro estremità incancrenite toccandole con la punta del loro bastone a forma di t greca. Questi distribuiscono anche, tra i pellegrini malati, alcuni a modo di piccoli scapolari chiamati Taus, così come il pane e il vino manipolato con certi rituali nei quali partecipa il bastone abbaziale (naturalmente, a tau (t greca)); anche se con meno frequenza, consegnano le campanelle benedette del santo con la croce di Sant’Antonio. E, così, poco a poco guariscono dalla malattia finché, arrivati a Santiago, guariscono del tutto. Però, alcuni anni dopo il ritorno nel loro paese d’origine, riappare (senza dubbi, come castigo di una nuova colpa) ed è necessario un nuovo pellegrinaggio che assicura un’altra infallibile guarigione.
Grazie a ciò è fondato il potere taumaturgico dell’apostolo in Occidente e del misterioso ordine di Sant’Antonio. Secoli più tardi, scomparso l’ordine antoniano, la scienza medica scopre che il fuoco di Sant’Antonio è una malattia vascolare, oggi denominata ergotismo, e provocata dall’ingestione continuata di pane di segale infettato dal fungo dello sclerozio (Claviceps purpurea). Perciò, gli abitanti delle aree fredde dell’Europa, consumatori abituali di pane di segale, si ammalavano di vasocostrizione prodotta dal fungo. E, nel cambio di alimentazione, durante il loro cammino attraverso zone più meridionali, produttrici di grano e consumatrici di pane bianco, guarivano in modo progressivo.

 

 

 

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